l mio viaggio in Myanmar è durato 13 giorni e ha previsto un itinerario classico completamente on the road.

Come già raccontato nel mio primo post dedicato ad impressioni e suggerimenti organizzativi, per realizzarlo mi sono affidata ad un driver, Usoe, di grande esperienza che ci ha permesso di viaggiare con un certo comfort e conoscere molti aspetti umani di questo paese.

Le nostre tappe, sono state quelle che tipicamente vengono proposte per un classico primo tour in Myanmar della durata del nostro, ha risentito di un cambio necessario (non c’è stato possibile fare il trekking a Kalaw) per avverse condizioni meteo e nostra indisposizione.

Proverò a ripercorrere in modo molto veloce le tappe ed offrire una idea di massima, senza soffermarmi troppo su ciascuna.

Questo itinerario può essere pensato anche con aerei domestici e\o mezzi pubblici. Ognuno può costruirlo in base alle proprie esigenze. Farlo in macchina ci ha portato a lunghe trasferte su strade non molto agevoli, ma neanche troppo pessime; ci ha permesso di assaporare aspetti della vita quotidiana delle popolazioni sopratutto nella tratta più rurale da Bagan al lago Inle.

Mi fa piacere scrivere che questo paese, per ciò che ho visto, non è ancora battuto da un turismo di massa troppo invadente e, sopratutto, la gente del luogo non sembra aver cambiato usi e costumi in modo troppo radicale, influenzata da noi occidentali.

Yangon

Yangon è quasi certamente la base di arrivo e di partenza di quasi tutti i turisti via aria. Pur non essendo la capitale del Myanmar ne possiede tutte le caratteristiche: la zona commerciale con banche in palazzi moderni, vecchi palazzi fatiscenti e coloniali, street food, China town, grandi mercati, traffico, templi e pagode dal fascino superbo.

Una sosta in questa città è d’obbligo, e deve prevedere almeno due notti. Nel traffico caotico come ogni altra città asiatica (forse appena meno di altre) Yangon si sviluppa in quartieri che raccontano passato coloniale (indiano, cinese, mussulmano), palazzi stile British, sfavillanti stupa e segni della sua storia politica recente.

In questa città ho visto gli unici ospedali attrezzati di tutto il Myanmar che ho visitato, e ciò non è un dato secondario e fa pensare sulle scelte politiche a sostegno della popolazione, da parte di un paese di recente apertura ed economicamente sofferente.

Fra le immagini che più mi ricordano la città, il mercato Bogyoke Aung San Market in cui abbiamo trascorso una mezza mattina, fra negozi che vendono a prezzi molto convenienti per noi europei, una buona selezione dell’artigianato locale che si incontra in tutto il Myanmar.

Particolarmente colorata la parte dedicata alle stoffe ed i vestiti, dove si possono acquistare le tipiche gonne (hta mein per donne e long gyi per gli uomini) ammirando colori e sarte all’opera nei dietro bottega.

Il monumento simbolo del Myanmar è la Shwedagon Paya ed è visibile, dicono, da ogni punto di Yangon. Essa é di grande impatto, non solo fisico. In maniera molto e troppo sbrigativa, mi limito a dire, per ora, che la Shwedagon Paya è uno dei luoghi più affascinanti che abbia mai visitato: un mix fra colori, forme, oro, riti ti accompagna nella sua visita e con rimpianto ho deciso, dopo ore che era giunto il tempo di lasciarlo.

Bago

Non molti la inseriscono negli itinerari sopratutto se si decide di prendere un aereo da Yangon per Bagan. È stata la nostra prima tappa fuori da Yangon, il primo effettivo giorno in Myanmar. Ho amato questo luogo, perché lo associo ai primi ricordi del mio viaggio. A Bago ho iniziato a capire come forse sarebbe stato questo paese, quali sarebbero stati i suoi colori, i tratti delle persone e cosa mi potevo realisticamente aspettare.

É una città che non appare se non attraverso i suoi tanti templi ricchi di leggende e di riti. Si può  scegliere quali prediligere. Noi abbiamo visitato i più famosi e scelto di vedere lo Snake Monastery, per le guide certamente secondario. Esso sorge vicino ad un sobborgo di case umili la cui gente si riversa a venerare un pitone, presunta incarnazione di un monaco od un nat. Il serpente è lungo ben 5 metri e riceve omaggi ed attenzioni dei pellegrini, molto particolare la sua atmosfera indubbiamente autentica.

Qui nessun turista, come in quasi tutti gli altri templi della città. Bago possiede dei mirabili tesori fra cui un magnifico Buddha sdraiato, Shwethalyaung Buddha, la Shwemawdaw Paya, simile seppur più modesta alla magnifica Shwedagon Paya di Yangon e i quattro magnifici Buddha seduti della Kyaik Pun Paya, posti uno dietro la schiena dell’altro che osservano, dall’alto, incensi, fiori, riti, cibo e preghiere dei tanti pellegrini scalzi e dei pochi turisti, che solcano il loro ingresso.

Il monte Popa

Arroccati sulla cima di un monte, un complesso di templi. Per arrivarci occorre una lunga salita.

Per giungere alla salita, e sopratutto al ritorno, meglio affidarsi al passaggio in motorino perché la strada è poco sicura in macchina, dopo un terremoto avvenuto neanche troppo tempo fa. L’ascesa sul monte è un’esperienza che consiglio. Abbiamo scalato questa montagna sacra a piedi scalzi fra venditori di cibo, oggetti sacri, souvenir, monaci e bimbe monache, osservati da scimmie ed evitando i loro escrementi, che giacciono sulle scale, alacremente pulite da uomini speranzosi di una mancia, dotati di acqua sporca e straccio.

La salita è faticosa ed allo stesso tempo suggestiva. In cima templi, riti, donazioni, ed un paesaggio, che ripaga di ogni stanchezza.

Bagan

Se si pensa al Myanmar da qualche parte, nella memoria, risale l’immagine nota delle mongolfiere che si sollevano fra il cielo e le pagode di questa città, ed i suoi tramonti. Bagan è una tappa che non può mancare ed il maggior numero di turisti si concentra in questa città. Centinaia di Pagode la affollano, piccole, grandi, enormi, visitate, abbandonate, restaurate, danneggiate dai frequenti terremoti.

Ognuna ha una atmosfera unica ed occorre selezionarne alcune fra le tante. Parlerò anche di Bagan in modo più approfondito, raccontando cosa abbiamo scelto di vedere, i mezzi più adatti e i tempi per farlo. Chi volesse intanto può studiarsi un po’ questa meta pensando che, se le pagode più famose sono da non perdere, altre, le minori hanno un loro fascino e occorre per vederle mettere in conto di chiedere a chi vi abita vicino, i custodi: in cambio di una piccola mancia potrete accedere a dei tesori.

Kalaw

Kalaw è una cittadina dall’atmosfera montana base per trekking di diversa durata. Per arrivarci da Bagan è stato necessario un lungo viaggio su una strada non agevole che ci ha però regalato scorci di una bellezza incredibile e di una rara umanità.

Qui la vita più rurale dei birmani, meno esposta e più legata alle tradizioni ti viene incontro. Non mancano occasioni di scambio umano con queste persone che sembrano uscite da un epoca fuori dal tempo e che ti guardano con discrezione, senza volere nulla da te se non al massimo un sorriso.

 

Kalaw offre un centro animato da una pagoda a tratti psichedelica ed un folcloristico market dove trascorre un bel po di tempo come in altri luoghi del Myanmar.

La vita dei birmani scorre fra commerci, scambi, cibo di strada e  prodotti di diverso genere a volte dalla difficile identificazione per noi occidentali.

lago Inle

Il lago Inle è un luogo che ho amato molto. Questa meta, nel Myanmar orientale è visitato da molti turisti anche occidentali e gode di buone ricezioni turistiche. L’ esplorazione del lago via barca (della durata di circa 6 ore) consente di conoscere la vita dei villaggi che lo popolano: colture galleggianti, mercati, artigianato, pesca, religiosità.

Le ore trascorse in questo luogo non  sembreranno bastare e, anche se frequentato da turisti, il suo fascino, a me, è apparso quasi autentico. Lo si ritrova, in molti scorci, che rispecchiano la gente che vive coltivando verdure negli orti galleggianti, vendute poi, assieme a quelle che arrivano dai villaggi montani, nei mercati, a loro volta galleggianti ed itineranti; nei  profili dei pescatori in equilibrio su una gamba sola, le cui sembianze sembrano simili a ballerine sulle punte.

La vita tutta del lago Inle è sospesa fra le sue acque e la terra ferma, animata da umani dai tratti di anfibi, immersi in un paesaggio che non ricorda nulla di ciò che ci è troppo noto. Non c’è distanza e separazione fra acqua e terra qui: lo dicono le palafitte dove si trovano le manifatture ed il suo artigianato ed i villaggi. Lo dicono le donne che lavano i panni, lo dicono i bambini nudi che giocano nella sua acqua verdognola i cui colori rispecchiano la vegetazione; lo dice la grande armonia che c’è in tutto ciò.

Fra i tanti complessi quello di Shewe Indein Pagoda: migliaia di stupa alcune antiche e in rovina, altre più moderne, raggiungibili via barca; un incredibile colpo d’occhio.

Pidaya

Alla sommità di una lunghissima scalinata sorge Pindaya, un luogo assolutamente unico nel suo genere: una grotta affollata da 9000 Buddha.

Per raggiungerla, si percorre una lunghissima scalinata o si arriva comodamente in macchina a ridosso dell’entrata dove una enorme statua di un ragno nero ricorda la leggenda da cui nasce il culto di questo luogo. Il colpo d’occhio è incredibile, ci si perde dentro le insenature di queste grotte, un dedalo a volte alcune sono delle piccole nicchie. È un luogo difficile da fotografare e ci si perde senza mai perdersi nella sua unicità.

 

Mandalay

Mandalay è una città dai tratti simili a Yangon. Purtroppo essa ci ha accolto con la pioggia nonostante fosse la stagione secca. Vi abbiamo trascorso due giorni visitando monasteri e osservando riti di monaci giustamente infastiditi da turisti poco rispettosi.

Anche su questa città e i suoi luoghi di culto c’è  dire tanto. Per ora solo un accenno ed il ricordo dell’ affascinante passeggiata su lungo ponte in teck tanto rappresentato nelle immagini che raccontano il Myanmar : U bein bridge.

La pioggia ha forse reso più suggestivo il nostro passaggio da una sponda all’altra, a caccia di particolari, colorati, sonori, unici del paesaggio circostante: dagli uccelli orientati dal pescatore con un richiamo, alle pagode, dal fiume secco, per la stagione, attraversato da uomini in moto, alle barche incagliate nel bagno asciuga, ai bambini sotto la pioggia, bagnati, incuranti di noi e della pioggia, liberi ed a piedi nudi.

Il profilo geografico del mio Myanmar, guardando una cartina geografica ed abbinando delle immagini, è stato all’incirca questo. La strada fisica è facilmente tacciabile e ripercorribile da chi volesse pensare ad un viaggio nell’ex Birmania. Chi come me ha la fortuna di sognare il Myanmar e di realizzare questo sogno, potrà unire questi punti e vestirli con le esperienze di un viaggio, che difficilmente gli farà dimenticare questa terra, e la sua gente.

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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