Giorno 13 – da Salcedo a Gozo – 20,9 km

Non piove ma già il pensiero di non essere più solo sulla strada o di finire in mezzo alle turiste/pellegrine  di ieri mi mette di cattivo umore e non lo migliora la lapide del poveretto che è morto a un giorno di cammino dalla meta, di tutt’altro umore doveva essere quella romanticona che ha scritto un messaggio d’amore per un certo Jim sul muro di una casa abbandonata, cerco la risposta di Jim ma non la trovo.

Tra boschi di eucaliptus e pioppeti industriali l’avvicinamento stanco prosegue. Spesso il sentiero, che è diventato ormai strada, corre infossato rispetto al piano di campagna come se il passaggio di milioni di piedi l’avessero consumato, ancora qualche horreo in rovina, un gruppo numeroso di ciclisti vocianti, l’aeroporto e il primo tombino di ghisa con la conchiglia, sono nel territorio comunale di Santiago. Foto, nessuna, ho solo voglia di arrivare.

Sull’ultima salita verso il Monte do Gozo gruppetti di pellegrini accelerano il passo, io cammino svogliato, anche il cielo s’è stancato e minaccia acqua. In cima il monumento commemorativo della visita di Giovanni Paolo II comincia ad arrugginire, in lontananza le guglie della cattedrale si perdono tra i palazzi della città, meglio scendere a cercare posto in uno dei bungalows per i pellegrini, sono un obbrobrio? Sì è vero.

Mi hanno assegnato a una camera a quattro, due letti a castello, sopra un tizio sdraiato in silenzio con occhiali scuri da runner, io sotto con sguardo perso nel vuoto, arriva il terzo, capelli rossi e zaino peggio del mio, puzza, toglie le scarpe, ancora più puzza; OK, siamo sul cammino di Santiago, pace e amore, ma non è che se io gli voglio bene la puzza diminuisce. Esco a prendere una boccata d’aria – hi, luigi! – seduto su una panchina lì di fianco c’è Stefan con due donne, non madre e figlia di Borres – Marie e Claire – me le presenta Stefan, due insegnanti di non so che cittadina di Francia, si respira un po’.

Piove, cena con Marie, Claire e Stefan, pesce fritto dell’Atlantico, una roba indegna, ma la compagnia è buona.

Giorno 14 – da Gozo a Santiago – 5,0 km

Da Gozo alla cattedrale di Santiago ci vuole un’oretta, basta seguire le conchiglie cementate nel marciapiede, prima però in Praza da Immaculada sosta alla reception della Hospederia San Martin Pinario – vai prima che puoi perché si riempie subito – mi aveva consigliato Noel e così una stanzetta monacale in fondo a un lungo corridoio con vista dall’abbaino sui campanili della Igrexa San Francisco è mia. In ascensore due anzianotte discutono in un inglese dall’accento inconfondibile, non ditemi che le turiste/pellegrine americane con servizio zaino incluso nel prezzo alloggiano qui!?

La cattedrale da Praza da Obradoiro è imponente ma me la voglio gustare con calma, prima di tutto voglio la mia Compostela, me la sono meritata. All’ufficio del Pellegrino c’è un certo viavai ma non la coda che mi avevano paventato – vedo che ha fatto il Primitivo – mi dice l’impiegato sorridente – complimenti! Che soddisfazione.

Ore 12:00, ingresso per la messa del pellegrino in cattedrale.  Comment ça va Luigi? – ovviamente Arnaud e Noel, sono arrivati ieri, non c’era più posto al San Martin Pinario e sono in un albergo gestito da preti da qualche altra parte – però stasera ci vediamo a cena all’Hostal de los Reyes Catolicos, qui di fianco alla cattedrale – ma è un hotel di lusso – sì ma hanno un ristorante per i pellegrini dai prezzi accettabili – come dire di no.

La cattedrale è piena, un diacono annuncia che oggi sono arrivati 813 pellegrini, la lista delle nazionalità non finisce più, alla fine ringrazia un gruppo particolarmente numeroso dalla Francia che ha fatto un’offerta importante e per questo motivo verrà acceso il botafumeiro – il botafumeiro? Ma non viene usato solo in feste particolari? No comment sul resto dei miei pensieri. Il turibolone viene acceso, per farlo dondolare ci sono otto uomini di una confraternita, mantello cremisi conchiglia dorata, turisti/pellegrini scatenati, cellulari in alto su selfie stick, reflex che sparano bordate di flash, fotografi professionisti inginocchiati (non per pregare).

Il centro storico non è grande, Stefan sì – dove si mangia? – ho visto un bel posto – e a riprova che il centro di Santiago è piccolo ci troviamo i due vigili podisti di Cordova che mi avevano sverniciato sull’Alto del Hospital, una paellera fumante mi fa dimenticare tutto.

La pioggia non facilita la vita del povero pellegrino ma almeno il giro della cattedrale me lo devo fare. Dietro l’abside la Praza da Quintana è triste sotto l’acqua, sulla sinistra un muro altissimo e finestre con le inferriate, sembra un carcere più che un monastero. I cavalli della fontana di Praza das Praterias spruzzano acqua incuranti della pioggia, una mendicante si rannicchia sotto l’ingresso romanico della cattedrale.

Sulla Praza do Obradoiro piove a dirotto, ci si ripara sotto i portici del palazzo di Raxoi, quando smette sulla piazza rimangono quattro suonatori di una banda locale, due innamorati che si fanno un selfie, una ciclista che seduta per terra fissa perduta le scale della cattedrale.

Adesso cena nel ristorante dell’hotel a cinque stelle ma dai prezzi popolari secondo Noel, l’importante che mi restino gli euro per il taxi per l’aeroporto domani mattina. Le luci della piazza si riflettono sul selciato bagnato, le guglie della cattedrale si perdono nel buio di una notte senza stelle.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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