Lo schermo sullo schienale di fronte segna ancora 4.000 metri quando tocchiamo terra all’aeroporto di El Alto, La Paz,  ma per fortuna il nostro alloggio è più in basso, giù in città, al Barrio Sopocachi, solo 3.800 metri, dalla finestra si vede l’Illimani, 6.400 metri – prendiamo le pasticche? – quante? – una adesso e una stasera e vediamo se funzionano.

In giro per La Paz tutto bene a parte il respiro un po’ corto, il problema si presenta di notte – sto malissimo! – dice Gigi, a furia di andare ogni mezz’ora in bagno gli è venuta una colica renale (“Effetti collaterali: diuresi profusa” sta scritto sul bigino del farmaco), telefona all’assicurazione, trova un taxi, trova una clinica, trova un’infermiera che ti faccia un’iniezione antidolorifica e alle 3 a.m. siamo, si fa per dire, a posto. Siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, io mi alzo alle 6 a.m. per fare la Ruta de la Muerte (o death road) da solo e Gigi si farà la ruta delle cliniche e delle farmacie da solo.

Le agenzie che gestiscono il business della Ruta de la Muerte sono decine perché proprio Gravity Bolivia? D’accordo è stato il primo a proporre questa esperienza, ok usa solo bici di ultima generazione, va bene il personale è quasi tutto boliviano ma, soprattutto, sono gli unici ad avere  una corda di 100 metri per recuperarti se cadi nel burrone!?

Programma: ritrovo alle 7:30 al Cafè del Mundo, un’ora di pullmino fino alla Laguna Estrellani, 4.700 metri, 4-5 ore di bici per fare 64 km e 3.600 metri di discesa fino a Yolosa, 3-4 ore per il ritorno in pullmino, se tutto va bene.

Laguna Estrellani, tempo incerto, tuta, guanti, casco, GoPro chi ce l’ha, quattordici ardimentosi e tre guide esperte (un meccanico paceño, un neozelandese ormai in pianta stabile a La Paz e un rasta del Nordeuropa che vuole impiantare una scuola di sci a 6.000 metri), prova delle bici, offerta di chicha a Pachamama e si parte.

Strada asfaltata, larga, poco traffico, ma non devi distrarti ad ammirare le cime scure che sbucano dalle nuvole altrimenti finisci come quel pullman in fondo al burrone, sosta per guardar giù, nonostante l’avvertimento Dios te ama scritto proprio lì su un masso.

Altro stint, cominciano le prime sfide di velocità, io bello tranquillo, più indietro ci sono almeno due donne, una bionda e una mora, inglesi tutte e due. Sosta al Control Antinarcoticos, d’altronde è la strada che sale dalle Yungas, le terre dei cocaleros, altra fermata – qualcuno vuole fare la salita in bici? Sì c’è un tratto in salita, sì siamo ancora sopra i 3.000 metri – ovviamente tutti sul pullmino.

Finalmente la vera Ruta de la Muerte, strada sterrata, i primi tornanti si perdono nella nebbia che scende dai costoni assieme agli alberi della foresta. Istruzioni e raccomandazioni – primo, se si incontra una macchina si sta a sinistra, sul lato del burrone – secondo, solo gli idioti cadono nel burrone – terzo, gli idioti che cadono nel burrone devono fermarsi entro cento metri sennò la corda non ci arriva – tutti contenti e felici si riparte.

La prima guida è già andata, ci farà le foto mentre scendiamo, la seconda parte sparata e i veri macho si buttano all’inseguimento, poi scendono i ciclisti normali abbandonati a sé stessi, per ultime le inglesine tenute sotto stretto controllo dal rasta biondo.

Curva a destra, strada stretta, se c’è un pezzo di guard rail vuol dire che il precipizio è profondo, curve cieche e controcurve a gomito, stai al centro della strada, se arriva una macchina qualcuno te lo dirà, come? Stai lontano dal ghiaietto, pozzanghere gialle e cascatelle scroscianti sulla strada, dentro a tutta altrimenti che divertimento c’è? Felci da serra tropicale spiovono dalle pareti rocciose, sosta a un punto panoramico, non si vede niente, tutto il mondo è avvolto dalla nebbia, foto di rito seduti, non tutti, con le gambe penzolanti nel vuoto, tanto non si vede il fondo, le inglesine dimostrano sangue freddo, la cino-americana fa la sbruffona sul ciglio della strada, dieci minuti dopo fa la quasi-idiota cadendo di brutto a un metro dal guard-rail, per ora la corda non serve.

Altra sosta presso tre croci di ferro sul bordo della strada, “memento mori” ma non oggi, in realtà i morti ci sono stati, e tanti, quando era l’unica via di comunicazione tra le yungas, il bacino delle Amazzoni e La Paz, è difficile immaginare l’incrocio di un pullman e di un camion dove c’è spazio solo per una macchina, ma oggi c’è una strada alternativa e (quasi) più nessuno fa la Ruta de la Muerte, tranne le decine di più o meno ardimentosi ciclisti.

Qualcuno sa chi era Klaus Barbie? Sono l’unico a saperlo ma solo perché sono il più”maturo” del gruppo – quella è la casa dove il boia di Lione è vissuto per anni dopo essere scappato al termine della Seconda Guerra Mondiale – ci dice il neozelandese indicando da lontano una costruzione in rovina sul pendio della montagna – e sull’altro lato della valle quelle aree disboscate sono coltivazioni legali di coca.

Ultima parte e ultime sfide tra i machos, la foresta sul bordo della strada non recede di un metro, comincia a fare caldo, la nebbia va e viene e lascia filtrare il sole, via la tuta, si va in maniche corte, il divertimento finisce davanti a un boccale di birra a Yolosa. Pranzo e doccia a La Senda Verde  un rifugio per animali feriti o sequestrati ai bracconieri, relax tra scimmie ragno e ara colorati, ritorno stanchi ma soddisfatti in tarda serata, il colitico è ancora vivo.

Sei un vero mountain-biker? Scegli altro, troppo facile per te. Per tutti gli altri adrenalina a dosi giuste e panorama che vale il prezzo, dalla neve delle Ande alla foresta dell’Amazzonia, da raccontare agli amici.

p.s. Una settimana dopo, quando l’ha fatta anche Gigi, a Laguna Estrellani nevicava e giù in basso pioveva, quando si dice che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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