Fin da bambina sognavo, un giorno o l’altro, di visitare Samarcanda; senza sapere dove fosse, il nome di questa città richiamava alla mia mente lontane bellezze in Oriente. Sono riuscita a coronare questo sogno un po’ più grandicella e avvezza alla vita.

Conquistata da Alessandro Magno, distrutta da Gengis Khan e resa splendida da Tamerlano e dalla dinastia dei Timuridi; Samarcanda è stata per secoli il centro nevralgico della Via della Seta in Asia centrale e la capitale culturale di tutta la regione. Astronomi, matematici, filosofi e religiosi provenivano dalle sue Università irradiando il loro sapere fino alla nostra Europa. Le splendide Madras, Moschee e Mausolei conservati fino a oggi sono una testimonianza del suo antico splendore.

Si può raggiungere Samarcanda direttamente dall’aeroporto o, come me, con il veloce e comodo treno che tutte le mattine parte dalla capitale Tashkent.

L’ Uzbekistan è un paese tuttora chiuso nei confronti dello straniero. Questo aiuta a mantenere lo spirito del paese intatto; tuttavia le pratiche per il visto e soggiorno non sono semplici ed è meglio affidarsi a una agenzia di viaggio, mentre per il passaggio in dogana consiglio di dichiarare tutti i beni personali e di conservare con cura i documenti che gli albergatori rilasciano ai propri ospiti.

Cosa visitare a Samarcanda

Registan Square

L’antico centro della città, Registan Square (“luogo sabbioso”) è il simbolo di Samarcanda; qui avvenivano gli scambi commerciali ben prima della invasione mongola. Sotto Ulugbek, (1409-1449), nipote di Tamerlano, la piazza non è più usata come Bazar; ma come centro politico, religioso e culturale. Vengono quindi edificati i simboli di potere: la grande Madras sul lato occidentale (1417-1420), il Caravan serraglio (un riparo per i caravan) sul lato a Nord e la Sufi Kharnaka (monastero per i dervisci) su quello orientale.

A partire dal XVII secolo, sotto la dinastia dei Timuridi, la Piazza subisce seri cambiamenti: la Grande Madras prende il nome del sovrano Ulugbek; davanti a essa viene edificata la Madras Sher-Dor (1619-1636); infine al posto del Caravan-serraglio è costruita la Tillya-Kari Madras (1646-1660). La bellezza di queste tre Madras ancora colpisce il visitatore odierno che giunge in questa immensa piazza e si ritrova circondato da alti portali finemente decorati, da minareti che rapiscono la vista verso il cielo e da possenti mura turchesi colme di fitomorfe maioliche.

Ho visitato le Madras alle 5.00 della mattina, per assaporare il cuore di Samarcanda nel silenzio e nelle ore più fresche del giorno. Entrata nella Madras di Ulugbek, mi sono persa a osservare gli ordini delle celle, dove un tempo dormivano e apprendevano gli studenti che gungevano qui da tutta la regione. Eh sì, perché questa era l’Università più importante, dove anche il sovrano Ulugbek dava lezione di Matematica e Astronomia; lui che preferiva stare sui libri che fare guerre e che aveva concesso alle donne libero accesso all’istruzione. Peccato che proprio perché fosse un sovrano illuminato sia stato ucciso a tradimento!

Dando una mancia alle guardie sono riuscita a salire su uno dei Minareti e dall’alto, a volo d’angelo, sono entrata con lo sguardo sui cortili interni dei monumenti, sulle case ancora addormentate della città, mentre il sole già iniziava a scaldare l’orizzonte. Nelle Madras di Sher-Dor e Tylia Kali ho sostato sotto gli aranci dei portili, ammirando le intrecciate decorazioni floreali, le muqarnas dei soffitti, le linee severe delle mura; tutto in una raffinata sinfonia di colori su cui tutto domina il turchese.

 

Il complesso architettonico Shah-i-Zindah

Un altro sito da visitare assolutamente è il complesso di Shai-i-Zindah, ovvero “il re vivente”.

Molte sono le leggende qui in Uzbekistan. Si narra che il cugino di Maomentto, Kusam ibn Abbas, fosse giunto qui a Samarcanda nel 676 per diffondere l’islamismo e che un gruppo di locali avesse attaccato il loro presidio. Kusam ibn Abbas viene ferito a morte; tuttavia, non accettando questo destino, scende nel pozzo Shaaban per poter sopravvivere sottoterra. Quando secoli dopo Gengis Khan saccheggia la città, fa scendere uno dei suoi uomini nel pozzo per verificare la leggenda; questo ne esce poco dopo completamente cieco. Ancora oggi si crede che il cugino di Maometto sia lì sotto, vivo e vegeto.

Il pozzo fa parte del complesso costruito a partire dal XI secolo in avanti (si stima durante almeno 900 anni) e oggi sono conservati più di venti monumenti eretti lungo una stretta via mediovale dove era praticata l’adorazione delle tombe. La parte più rilevante della necropoli è il mausoleo del profeta Kusam ibn Abbas e gli edifici circostanti (XI-XV secolo) nella parte Nord-orientale del complesso. Attorno al mausoleo del profeta, Tamerlano ordina la costruzione di monumenti in memoria della sua famiglia e dell’aristocrazia militare e clericale.

Ho visitato il sito nelle ore serali, giungendo alla fine della stretta via quando ormai il sole era tramontato. Le luci color pastello del tramonto si riflettevano sulle splendide maioliche turchesi e blu cobalto delle mura dei piccoli mausolei addossati uno di fronte all’altro. Le loro complicate geometrie decorative floreali s’intrecciano con citazioni del Corano, contrastando con gli interni muti e spogli. L’atmosfera mistica del luogo lo ha reso una delle mete di pellegrinaggio islamico più importanti della regione.

Il Mausoleo Gur Emir

Poco distante da Registan Square, sorge il Mausoleo Gur Emir (la”tomba del comandante”) dove riposano i resti del grande Tamerlano, dei suoi figli e nipoti. Il Mausoleo è stato costruito per ordine dello stesso Tamerlano per il suo nipote favorito Mohammed Sultan, morto in battaglia nel 1403 e sucessore al trono, perché primo figlio del suo figlio maggiore.

Tra i mausolei di Samarcanda, questo è sicuramente quello più riccamente decorato. Nella sala dove giacciono i sarcofagi, le mura sono rivestite da pannelli di onice ricoperti da decorazioni in blu e scritte dorate. I marmi soprastanti continuano con motivi stellari con girih (geometrie tipiche dell’arte islamica) e terminano in raffinate muqarnas dorate.

Il visitatore crederà sicuramente che nelle strette pietre tombali ci siano Tamerlano, sopra cui è posta un blocco di giada nera; i suoi figli Sharukh Mirza e Miranshah, i nipoti Mohammed Sultan e Ulugbek, oltre che il maestro spirituale di Tamerlano, Mir Said Baraka, a cui venne assegnato il sepolcro maggiore. In realtà i corpi si trovano in una cripta sotterranea, posti esattamente sotto i loro sarcofagi.

Moschea di Bibi-Khanym

Costruita nel XV secolo, la Moschea di Bibi-Khanym, con i suoi originali 100 x140 metri di base, è la più grande di tutta l’Asia centrale. Di questo imponente monumento è da narrare la leggenda sulla sua costruzione voluta dalla prima moglie di Tamerlano, Sarai Mulk Khanym, mentre il marito era in guerra nelle Indie; da qui il nome Bibi-Khanym (“la moglie più vecchia”).

Volendo stupire il marito, Sarai fece chiamare i migliori architetti dell’epoca per terminare i lavori il prima possibile. Tuttavia uno di questi, innamoratosi della Regina, la ricattò; avvertendola che avrebbe finito il progetto, solo in cambio di un bacio.

Khanym cercò di rifiutare l’architetto offrendogli le sue più belle ancelle; ma il pretendente non cambiava idea. Tamerlano stava per tornare; così, per terminare i lavori, la Regina acconsentì a un bacio sulla guancia. All’ultimo momento ella si riparò con la mano il volto, ma il bacio fu dato con tale passione da lasciarle un segno color cremisi.

All’arrivo, Tamerlano restò senza fiato davanti alla bellezza della Moschea, ma quando vide la guancia della moglie e seppe cosa era successo, le comandò di lasciare il palazzo con i suoi averi.  In risposta Khanym comandò ai suoi schiavi di prendere il re con sé, dal momento che era “il suo bene più prezioso”. Davanti a questa prova di amore, Tamerlano la perdonò.

 

A proposito dell'autore

Erica Leoni

Nata sotto stelle zingare, non riesco a stare ferma in un luogo troppo a lungo. Essere insegnante di Interpretazione e Lingua italiana mi aiuta a girare il mondo soddisfando la mia necessità di conoscere a fondo “l’altro”. La mia sensibilità di poeta ( Cicatrici del Vento, Il Filo, 2008) e artista trova ispirazione in orizzonti mai visti e negli sfuggenti sguardi di stranieri.

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