Avete presente l’inspiegabile sensazione di sentire la necessità di soddisfare un richiamo di cui non conoscete nemmeno l’origine? Nel mio caso, quella cittadella edificata nel cuore della valle sacra peruviana, lassù nelle Ande del Perù, mi stava chiamando a sé, non so bene perché ma il suo richiamo era troppo forte.

C’era una sola cosa da fare: prendere lo zaino e andare

Questo è sostanzialmente quello che ho fatto. Ho nutrito questo bisogno, concretizzando di fatti, una delle scelte migliori della mia vita. L’esperienza è stata letteralmente indimenticabile, travolgente, faticosa ma  appagante in maniera totalizzante sia umana, ambientale sia avventuriera.

Il Perù, pur nelle sue mille tipiche contraddizioni e nella sua caratteristica biodiversità è un paese straordinario che mi ha dato tanto, davvero tanto.

Si progredisce in maniera costante a piccoli passi tra stupore e mistero nel cuore della tradizione inca e pre-Inca, civiltà che ancora oggi, ci lasciano a bocca aperta con misteri irrisolti che affascinano antropologi, archeologi e architetti, dove la gente continua a parlare il Quechua e l’Aymara.

Approdo in terra sud americana tra entusiasmo e curiosità in solitaria all’aeroporto Chavez di Lima, la caotica capitale dove guidare è davvero un’impresa.

Dopo un breve riposo sono già in marcia verso Paracas, dove m’imbarco alla volta delle isole Ballestas. Una perla nell’Oceano Pacifico dove pellicani, gabbiani e pinguini vivono in armonia a un’ora dalla costa e dove i leoni marini, si riposano sulle rocce dopo una notte passata a procacciarsi il cibo lasciandosi comodamente ammirare e fotografare non curanti delle piccole imbarcazioni colme di turisti curiosi che li circondano.

Pellicani sulla spiaggia delle Ballestas nel Pacifico

Qui regna la natura sovrana, come in molti posti del paese, tuttavia, mi trovo innanzi il primo mistero: un grande candelabro scolpito sulla sabbia, alto più di 150 m e largo almeno 50, maestoso.

La domanda sorge inevitabilmente spontanea: chi e come hanno realizzato questa cosa? Con quale intento? E soprattutto come ha fatto a perdurare all’inesorabile trascorrere del tempo senza mutare la propria forma per effetto degli agenti atmosferici? Tante idee, congetture ma nessuna risposta concreta.

Una condizione che si ripete spesso in questo paese dall’altra parte del mondo che sa anche essere un grattacapo costante. Apparentemente la scienza spiega che il clima del posto ha contribuito al suo mantenimento: poche piogge e clima secco ma il dubbio, ovviamente, resta ancorato.

Il candelabro scolpito sulla sabbia, alto più di 150 m e largo almeno 50

Linee di Nazca

Del resto, questa è la stessa spiegazione che fornisce la scienza per le enigmatiche linee di Nazca tra altre idee. Arrivo qui dopo aver lasciato Paracas percorrendo circa 221 km. Per ammirare le linee c’è il sorvolo. Un’occasione che non mi sono lasciato sfuggire.

L’esperienza, almeno personalmente è esaltante. L’altopiano sottostante offre queste sorprese che bisogna saper cogliere, fotografarle non è facile, – consiglio una reflex con obbiettivo avente un buon ingrandimento– e identificarle a occhi nudi non è semplicissimo anche se l’aereo si inclina sia a sinistra sia a destra per permettere ai passeggeri di immortalare le figure. Si necessita anche di una buona giornata di sole chiaramente.

I geoglifi creati dai Nazca sono circa 800 figure visibili attraverso 13.000 linee tracciate tra il 300 a.C. e il 500 d.C.

Si alternano diverse figure, dalla balena, al colibrì, passando per il condor, senza dimenticare l’astronauta, il cane, la libellula i geoglifi creati dai Nazca sono circa 800 figure visibili attraverso 13.000 linee tracciate tra il 300 a.C. e il 500 d.C.

Il sorvolo non può certo lasciare indifferenti, nemmeno fisicamente, ad alcuni infatti, l’aereo può generare un po’ di nausea vedi vomito. Una volta sceso dal velivolo, mi sono fatto tante di quelle domande ma non ho trovato nemmeno mezza risposta.

Arequipa

Nemmeno il tempo di ragionarci che ero già in rotta verso Arequipa “La Ciudad  blanca” (2328 m) – La città bianca – per i suoi begli edifici in sillar (roccia vulcanica),  peraltro la seconda città più popolosa del Perù.

L’architettura di questa città risente pesantemente dell’influenza coloniale dei conquistadores, che amerete sempre meno visitando il paese, e quindi assume anche per certi versi un aspetto europeo. Tuttavia, non si può negare l’origine Inca che si respira ancora nell’aria.

Plaza de Armas, è semplicemente un’oasi nella città, con le sue sorprendenti palme che crescono a queste altezze.

Tra i suoi tesori, troverete la mummia di Juanita nel Museo Santuarios Andinos, una giovane Inca, vissuta fino a 13 anni circa tra il 1440 ed il 1450, offerta in sacrificio agli dei e ritrovata dall’antropologo Johan Reinhard e dal peruviano Miguel Zarate, sul monte Ampato nel 1995 (6000 metri circa), luogo della cerimonia sacrificale ubicato nel Perù meridionale, sostanzialmente intatta grazie anche al clima.

È conservata nel museo cittadino in una cella frigorifera dove vi stupirete ammirandola nel suo eterno riposo. La mummia Juanita viene custodita al buio per la sua conservazione dal 1 gennaio al 30 di aprile. Durante questi mesi viene esposta la mummia Sarita, anch’essa ritrovata sul vulcano Ampato. Purtroppo, non è consentito fotografarla.

Successivamente mi sono recato presso il monastero di Santa Catalina da Siena. Un complesso coloniale religioso di 20.000 mq fondato nel 1579 ed aperto al pubblico dal 1970, una città nella città, fondato nel 1580 da una vedova, Doña María de Guzmán.

Gironzolare tra le sue mura è un viaggio nel viaggio, un piacere autentico. La sua struttura e le sue stanze ricche di storie vissute sono elementi che vi porteranno via senza problemi mezza giornata se volete visitarlo a fondo. Di certo, non si può ignorarlo, soprattutto per respirare la sua spiritualità.

Il monastero è un complesso coloniale religioso di 20.000 mq fondato nel 1579 ed aperto al pubblico dal 1970

 

Lago Titicaca

Il giorno dopo si parte alla volta di Puno sui 4000 metri dove è necessario acclimatarsi prima della visita alle isole Uros del lago navigabile più alto del mondo: il lago Titicaca. Un luogo pazzesco avvolto da leggende e da un’atmosfera unica. Si ha la netta percezione di essere dall’altra parte del mondo per la sua atmosfera assolutamente singolare.

La leggenda racconta che dalle sue acque sono emersi Mama Occlo e Manco Capac, i fondatori dell’impero Inca ma quello che è certo è che gli abitanti delle isole Uros sapranno come accogliervi.

Gli Uros, sono indigeni di origine Aymara il cui stile di vita e forte tradizione hanno sempre attirato la curiosità dei visitatori: chiamati anche tribù dell’acqua, vivono su isole di canna di totora (giunco), che utilizzano anche per le loro capanne e le loro imbarcazioni

Il lago navigabile più alto del mondo: il lago Titicaca

Le isole sono circa 80-90 e non tutte in realtà sono aperte ai turisti, tuttavia, quelle che vi accoglieranno sapranno farvi sentire a casa. È sorprendente, soprattutto per noi occidentali a mio parere, come questa gente sappia essere felice con poco, vivendo di ciò che la Pachamama (madre natura in Quechua) offre.

Personalmente ho sentito un fortissimo senso di comunità, nessuna tensione, solo calma, movimenti lenti (per effetto dell’altitudine) e tanta pace.

Il giro sul battello Totora è una bella esperienza, ci si sente cullati. Dopo un buon maté de coca giungo all’ Isola di Taquile, i cui abitanti di origine Quechua sono conosciuti per le loro abili doti di tessitori.

Dall’alto dell’isola sarete sorpresi dal meraviglioso spettacolo che vi si presenterà: il blu acceso del lago Titicaca circondato da alte catene montuose. Al confine, si vede nettamente l’altra sponda del lago: la Bolivia.

Ho avuto il privilegio di pranzare con gli abitanti dell’isola che hanno preparato la trota del lago (dono di Pachamama), cucinata in maniera sublime. Ero felicissimo di trovarmi li.

Il tragitto in barca sulla via del ritorno è stato uno dei momenti più piacevoli di questa esperienza in solitaria, perso nel blu del Titicaca e dei miei pensieri.

Foto dall’Isola Taquile con vista sulla confinante Bolivia

Lascio il lago Titicaca dunque felice e ampiamente appagato. Riposo un’altra notte a quota 4000 metri per poi andare con grande curiosità a Cusco. Attraverso una zona la cui bellezza è unica, la natura si manifesta in tutto il suo splendore in queste terre dall’altopiano alle Ande passando per numerosi villaggi caratteristici in cui si nota gente lavorare lana e contadini al lavoro, si arriva finalmente nel cuore della capitale dell’impero inca.

Lungo il percorso fatto di tanti chilometri ho ammirato Pucara e Raqchi magnifica nelle sue antiche rovine Huari e il bel tempio di Huiracocha e l’ultima fermata ad Andahuaylillas, dove si trova l’impressionante cappella conosciuta come ‘la piccola sistina’.

Cuzco,  il cui nome in lingua Quechua significa ‘l’ombelico del mondo’ è graziosa.

Le sue strade vanno assolutamente percorse.

Da questa città mi sposto verso Sillustani: le famose Chullpas di Sillustani, sono tombe circolari di origine pre-incaica utilizzate successivamente anche dagli Incas. In ognuna di queste torri funerarie sono stati ritrovati fino a 25 corpi mummificati in posizione fetale ed accompagnati da offerte (cibo, gioielli e diversi utensili) che potessero servire ai defunti per la loro vita nell’aldilá.

Le famose Chullpas di Sillustani, sono tombe circolari di origine pre-incaica

Il sito si trova a circa 4000 m.s.l.m. in un paesaggio dominato dalle montagne che circondano la Laguna di Umayo. La bellezza selvaggia del posto incontaminato è mozzafiato. Ammirando queste bellezze e l’eccezionale maestria dell’architettura inca, mi rigenero toccando le pietre della struttura.

Ogni torre ha stilizzato un animale (condor, serpente, aquila) e ogni animale rappresenta una parte del corpo. Toccare la pietra ricaricherebbe positivamente la zona del corpo che l’animale rappresenta. Fornirebbe sollievo. Perché non farlo?  Io mi sentivo comunque benissimo. Sono una persona molto razionale ma certamente non posso negare di avere percepito una strana emozione in questo posto.

Ad ogni modo, quello che mi ha colpito è la bellissima sensazione di benessere che mi avvolgeva.

 

A proposito dell'autore

Manuel Giannantonio

Giornalista, blogger e scrittore. Ma anche grande appassionato di viaggi e desideroso di vedere il più possibile di quanto questo mondo ha da offrire. Da New York a Istanbul, da Londra al Nepal, da Roma a Mumbai, ogni posto merita una visita.

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