Un nuovo viaggio e una nuova avventura alla scoperta delle più belle spiagge delle Lofoten in Norvegia.

Primo giorno. I programmi sono fatti per essere rispettati

Lo so ci siamo alzati alle cinque e il traghetto da Bodo è stato lungo, sì è tutto il giorno che siamo in giro per paesini e fiordi e siamo stanchi, perché salire in montagna per vedere una spiaggia? Perché questo prevede il programma.

E così alle 3 del pomeriggio ma potrebbero essere le 5 del mattino o le 10 di sera, tanto la luce non cambia di molto nella terra del sole di mezzanotte, attacco assieme a mio fratello la salita al Ryten per vedere la spiaggia di Kvalvika, una delle più famose delle Lofoten.

E’ per le foto su un depliant che sto portando il cavalletto che pesa come un tram su per i 540 metri della salita tra folate di vento gelido che tagliano le mani.

Per prendere fiato la solita scusa, il panorama: in basso, alle nostre spalle, un lago di profondo blu, più lontane, oltre fiordi e canali grigi, le montagne verde cupo di Flakstadoya con gli ultimi nevai, qui sotto, ai piedi del Ryten, la famosa spiaggia di Kvalvika, sì la sabbia è bianca e l’acqua è verde ma i colori sono smorti, le nuvole si addensano in banchi scuri e si sfilacciano in vapori luminosi ma di sole nemmeno l’ombra, deve essere per questo che le foto non sono come quelle che ho visto sul depliant, e sì che avevo il cavalletto!

Secondo giorno. I programmi sono fatti per essere rispettati (se possibile)

Sì ma guarda che nuvole, non si vedono nemmeno le cime, 700 metri di salita per arrivare in cima all’Hustinden e se c’è la nebbia? e poi cosa dobbiamo vedere da là in cima? spiagge e panorama? ma non possiamo vederle dal basso questa volta? e poi il panorama l’abbiamo già visto ieri…

Skagsanden beach, la spiaggia più fotografata delle Lofoten, con tutte quelle che ho visto in internet ho già in mente l’inquadratura: distesa di massi neri, acqua che si infiltra con leggero effetto flou, sullo sfondo l’Hustinden, perfetto!

Qualche foto di riscaldamento alla famosa chiesetta rossa di Flakstad, il cavalletto lo apro dopo, a sinistra no, troppe roulotte, andiamo più avanti, prati invasi da ranuncoli gialli e ombrellifere bianche, spiaggia di sabbia candida, promontorio di rocce scheggiate, un raggio di sole buca le nuvole pesanti, foto veloci, ma i massi dove sono?

Una coppia di uccelli becco e zampe rosse ci svolazzano attorno e stridono arrabbiati, siamo troppo vicini al loro nido, il cavalletto comincia a pesare, la spiaggia è finita ma i massi dov’erano? forse erano sott’acqua, colpa della marea – a me sembra sia bassa marea – commenta mio fratello scuotendo il capo.

Sempre nuvole sull’Hustinden, ok, altra spiaggia. Da noi quattro alghe sulla riva e tutti a dire che è sporca, e quella di Vikten allora? Case lungo la riva, pecore sul pendio, gabbiani in volo, una massa arruffata di alghe gialle a marcire nelle pozze tra i massi di granito grigio, sui fondali di sicuro una foresta lussureggiante di kelp, di fronte, oltre il braccio di mare plumbeo, picchi alpini si perdono tra nuvole cariche di pioggia, bellissimo. Le foto? Così così ma non è una spiaggia famosa…

Anche stasera niente sole di mezzanotte, nuvole compatte e luce grigia, andiamo a Myrland. Tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello, un esiguo ruscello: Rio Bo, ecco Myrland è così, tre case sparse sul pianoro, il gorgoglio di un ruscello tra i prati in fiore, il brontolio della risacca sulla scogliera, e la spiaggia?

C’è la spiaggia, piccola ovviamente, ma molto scenografica, tutta giocata sul contrasto tra la sabbia candida e le rocce nere, le onde che si spengono sulla riva lasciano archi di polvere scura, pennellate di un quadro minimalista che neppure le impronte degli scarponi di mio fratello riescono a rovinare.

Terzo giorno. Il programma di oggi prevede la salita all’Offersoykammen e il pernottamento a Unstad.

Da casa mi chiedono come mai nelle foto delle spiagge non c’è mai nessuno, dice mio fratello, e ti credo, con questo tempo e questo vento… Non l’avessi mai detto: Haukland beach, ombrelloni, autobus, non c’è più posto nel parcheggio e c’è gente che fa il bagno!? Via dalla pazza folla.

Cinque minuti di macchina, dopo la galleria ecco Uttakleiv, i soliti prati verdi e le solite pecore bianche con pennellate rosse di riconoscimento, una comitiva di ragazzi zaini in spalla sale dalla spiaggia, un’altra di turisti cellulare in mano scende da un autobus, foto e selfie dal parcheggio a pagamento e via come giapponesi in tour de force.

Spiaggia grande, sabbia ciancicata da tanti piedi, sul bagnasciuga una distesa di massi marrone, sembra una colonia di foche in attesa di un raggio di sole, pura illusione, ci muoviamo guardinghi per non svegliarle. Foto? Con le foche?

A Unstad abbiamo prenotato un bungalow con patio, in pratica un letto matrimoniale con trenta centimetri per girarci attorno e una sedia di plastica all’esterno di fianco alla porta, c’è però una specie di tinozza/jacuzzi affollata da corpulenti vichinghi armati di boccale, ormai ci sarà più birra che acqua.

Bici da sabbia, no la tavola da surf non ci serve, giù alla spiaggia a fotografare gli arditi che sfidano le onde, con quelle mute nere sembrano tanti Diabolik e Eva Kant, anche con la muta la differenza si vede. Sulla parete del ristorante c’è una gigantografia splendida, un surfer cavalca un’onda dai riflessi scintillanti, sullo sfondo montagne innevate, le mie foto non sono così, mancavano il sole, le scintille, la neve e il modello.

Un po’ prima di mezzanotte, no il sole non si vede neanche stanotte, un elicottero giallo ispeziona i fianchi del Nonstind, passa, ritorna, si libra immobile su una larga cengia e porta a terra qualcuno, si è fatto male? ci guardiamo, vedi cosa vuol dire andare in montagna?

Quarto giorno. Programma libero

Sul cartello c’è scritto ingresso a pagamento, 30 corone, ma non c’è nessuno a riscuotere, più avanti ci sono una dozzina di camper e una torre d’avvistamento medioevale, dico io, una stazione radar tedesca della seconda guerra mondiale, dice il cartello, una dormita di recupero in macchina, dice mio fratello, sono libero.

A Eggum il sentiero corre su una morena glaciale che corre lungo la riva del mare piena di fiori e di sassi che affondano in un tappeto di licheni giallo camoscio, a sinistra  c’è il blu di un lago d’acqua dolce, in fondo ripide pareti, chiazze di neve, nuvole sulle creste, a destra una spiaggia di sabbia bianca, alghe rosse che fluttuano pigre nelle pozze di marea, massi levigati dal tempo che sopportano le onde schiumose dell’Atlantico, queste sono le Lofoten!

Foto? Tante. Le 30 corone le abbiamo messe al ritorno dentro una specie di cassetta della posta, sempre nessuno a controllare ma anche noi italiani sappiamo essere civili.

O stasera o mai più! Le spiagge di Gimsoy sono perfette per il sole di mezzanotte, ma sono solo le otto di sera e bisogna tirare tardi.

Tanto per cominciare una corsetta per fare un po’ il baüscia (corrispettivo milanese di fanfarone ma molto più espressivo), mio fratello ha portato braghe e maglietta, foto mentre corricchia nell’erba davanti a due casette rosse, le famose rorbuer delle Lofoten, sullo sfondo la spiaggia di Hov e una striscia di luce sull’oceano, foto whatsappata al suo gruppo di podisti con le coordinate (N68° 20.400′ E14° 07.478′) e wow di risposta.

Cena con calma al Lofoten Links, ricerca di un posto dove piazzare il cavalletto cercando di non pestare troppo l’erba curata del campo da golf, “Play golf under the midnight sun!” dice la pubblicità, se lo dicono loro sarà pur vero, foto su richiesta a francese e mamma, foto di ricambio a due italiani, sembriamo due stoccafissi delle Lofoten e arriva mezzanotte.

Foto ogni cinque secondi, tutte, in sequenza dal basso: mare calmo sornione, striscia di luce giallo speranza, nuvole scure testarde, sereno irridente sopra le nostre teste, indovinate dov’è il sole.

Ferma! Sulla strada del ritorno ho visto un riflesso nell’acqua di uno stagno, appena in tempo, non è l’oceano ma abbiamo finalmente la nostra foto del sole di mezzanotte (e un quarto).

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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