In Myanmar le macchine avevano la guida a destra finché la giunta militare al potere un bel giorno ha deciso di finirla con questo residuo di colonialismo inglese ed ha ordinato la guida a sinistra, risultato: sulle macchine col guidatore ancora a destra, la maggior parte, è il passeggero che deve segnalare quando si può sorpassare, ogni volta si rischia l’infarto.

In macchina di fianco al guidatore siede Myo, il nostro accompagnatore, cicciottello, sulla trentina, faccia rotonda sempre sorridente, è lui che ci spiega il codice stradale birmano nel mezzo del traffico caotico di  Yangon – non girarti mentre ci parli! – e meno male che non ci sono motorini – a proposito, come mai? – un generale ha avuto un incidente con un  motorino e la giunta ne ha proibito la circolazione in tutta Yangon – semplice.

Fuori città è tutta campagna incolta e risaie verde tenero da cui si alzano stupa dorati a segnalare villaggi sperduti, un mondo anfibio di fossati e canali,  stagni e fiumi, nebbia e pioggia, siamo in piena stagione monsonica.

Sosta per una scena da cartolina: erbe verdi che ondeggiano nella corrente giallastra, donne immerse fino alle ginocchia, cappelli a cono che fanno tanto Asia, a parte una che ha un casco giallo da muratore, reti a bilancia sollevate lentamente, quattro pesciolini ogni volta – che bello! – dico io – che fatica! – dice mia moglie.

A Kinpun piove ma il camion che dobbiamo prendere per salire al monte Kyaiktiyo è riparato sotto una tettoia, per ora. Cinque panchine sul cassone scoperto in fila come in chiesa – permesso – prima fila, siamo in cinque – quando si parte? – quando è pieno.

Dopo un quarto d’ora per me è pieno, per l’autista no, arriva una comitiva di ciarliere giapponesi, prima fila otto persone solo per rispetto ai due europei, le file dietro sono una bolgia ma le giapponesi continuano a ridere divertite. Forse l’autista più che i passeggeri aspettava il momento buono, difatti parte dopo cinque minuti quando si scatena il diluvio universale.

Volete capire com’è davvero il monsone? Salite con un camion scoperto al monte Kyaitkiyo a fine agosto e farete fatica anche a respirare. Fradici? Di più, annegati. A cena non si può parlare, il rumore dell’acqua sul tetto è come un treno in galleria col finestrino aperto.

Dopo la tempesta notturna questa mattina pioviggina nella nebbia fitta, panorama zero. Salendo verso la roccia superiamo un monaco, tunica rosso sangue di bue, strano cappello nero, bilanciere in spalla, dietro un cesto per le elemosine, davanti una piastra di metallo, la batte con un martello e rimbomba come una campana.

Scalinate, guardie armate che ci guardano e sorridono, ragazzine di 13-15 anni che portano in bilico sulla testa pesanti carichi di mattoni, ci guardano ma non sorridono – aiutano la famiglia – ci dice Myo, ogni tanto ti rendi conto di essere un intruso in un mondo altrui.

Dopo la Shwedagon Paya di Yangon, la Roccia d’Oro del monte Kyaiktiyo è il più importante luogo di pellegrinaggio per i buddisti del Myanmar e non solo. L’oggetto della venerazione è un grande masso in bilico su un dirupo il cui fondo si perde giù nella nebbia, sopra il masso un minuscolo stupa che contiene, così narra la tradizione, un capello del Buddha.

Un uomo prega con la fronte appoggiata al masso, un bambino aggiunge la sua foglia d’oro alle migliaia che lo ricoprono, tra una foto e l’altra Myo mi racconta qualcosa del Buddha e dei Nat, gli spiriti del luogo che tutti i birmani venerano – ma dov’è mia moglie? – non so, qui possono venire solo gli uomini – mi risponde sorpreso.

La troviamo alle prese con una guardia pacioccona, ridono tutti e due, lui parlando in birmano cerca invano di farla scendere da un terrazzino su cui è salita per fare foto, lei il cartello in inglese di divieto di accesso alle donne manco lo ha guardato, invece di una multa una foto suggella l’amicizia appena sbocciata.

La calma è la virtù dei forti ma noi siamo in fibrillazione dopo un’ora in attesa che si riempia il cassone del camion per la discesa, non ci sono le allegre giapponesi e non c’è neanche il divertimento della salita, piove normale.

Sulla strada del ritorno sosta per permettere all’autista di acquistare del pesce secco presso una specie di chiosco che puzza di pesce rancido. Dietro il chiosco, su una piattaforma galleggiante sull’acqua del canale e sotto la pioggia che continua insistente, stanno lavorando il pescato di giornata, da una parte le donne puliscono i pesci più grossi, dall’altro i giovani sono indaffarati con mucchietti di pesciolini, in mezzo una ragazza schiaccia coi piedi nudi gli avanzi in un grande vaso sbeccato – cosa sta facendo? – chiede mia moglie – prepara una salsa usata come condimento, è molto saporita sai? – risponde Myo.

Stasera il menu me lo devono spiegare bene.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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