Da quando sono tornata dal mio viaggio in Etiopia non faccio altro che sentirmi dire “che foto spettacolari, deve essere stato un viaggio magnifico!”. Già, quanto è vero che le foto postate sui social non raccontano sempre la verità, perlomeno, non tutta la verità.

Il mio viaggio in Etiopia non è stato magnifico

Magnifiche sono le foto, questo senza dubbio, perché penso che pochi posti della terra offrano una ricchezza etnografica pari a quella che si trova nella Valle dell’Omo, che è stata appunto la mia meta. Dietro quegli scatti c’è però un’altra storia che trovo giusto raccontarvi. Vi consiglio di arrivare fino in fondo all’articolo se volete capire appieno quali accadimenti mi hanno spinta a scrivere.

Poiché penso che tante persone potrebbero polemizzare con quanto andrò a raccontare, credo sia necessaria una dovuta premessa. Innanzi tutto non ha la presunzione di fornirvi la verità assoluta sulla Valle dell’Omo, anche perché sono convinta che in 9 giorni non sia mai possibile capire l’essenza e la complessità di un territorio.

Semplicemente scriverò quella che è stata la mia esperienza che, in quanto tale, non credo possa essere contraddetta. Inoltre ci tengo a sottolineare, per chi già non mi conoscesse e non mi seguisse, che questa non è stata la mia prima esperienza in Africa, continente che amo fortemente e con il quale, questo rapporto, non si è inclinato.

Sono 17 i paesi che ho visitato e ho visto la sua indescrivibile bellezza, il suo fascino, la devastante povertà, la natura nella sua forma più bella, situazioni sociali ed economiche che, definire catastrofiche, suona quasi come un eufemismo. Ma mai, in nessun degli altri viaggi, mi è successo ciò che mi è accaduto qui.

Aggiungo anche che non attribuisco nessuna colpa al tour operator che abbiamo scelto, che anzi ho trovato impeccabile nell’organizzazione. Con noi era presente sia un loro componente italiano che una guida locale che hanno gestito nel migliore dei modi anche situazioni difficili.

 

La mia esperienza

Parto con il dire che, in linea generale, non mi sono assolutamente sentita benvoluta e ho trovato una popolazione a tratti ostile. Ci sono stati momenti anche molto belli che, visto il clima generale non così positivo, sono stati regali enormi. Ricordo un bellissimo girotondo fatto con dei bambini in una delle nostre soste non previste in attesa di ripartire.

Ricordo il fascino che provocavano i miei lunghi capelli lisci che, in un caso, mi ha portata a fare da cavia ad improvvisate hair stylist che mi hanno riempito la testa di treccine. Ricordo facce divertite nel rivedersi in foto, occhioni strabuzzati davanti ad alcune polaroid che gli abbiamo regalato e la meraviglia che generava vedere i droni di due miei compagni di viaggio alzarsi in volo. Questa è sicuramente la storia che raccontano le foto, ma non è la storia completa che adesso vado a dettagliarvi.

Al mercato locale

Parto con un esempio – Durante il tragitto tra Addis Abeba e Arba Minch, il primo giorno di viaggio, abbiamo deciso di fare una sosta non prevista in un mercato locale. Certamente, la mia stazza non aiuta, sono piccola, magra, di sicuro non incuto alcun timore e, proprio per questo, maggiormente bersagliata rispetto ai miei compagni di viaggio. Il risultato di questa visita sono state diverse ecchimosi sulle braccia provocate dai pizzicotti dei ragazzini e ragazzine alle quale mi rifiutavo di dare soldi e addirittura un morso sul braccio che ho dovuto disinfettare per giorni.

La parola “money” è quella che, in assoluto, ho sentito pronunciare di più, tanto dai grandi quanto dai piccoli. In realtà, è quasi l’unica parola con la quale si rapportavano a noi.

Nei giorni seguenti abbiamo visitato un altro mercato nel quale si sono ripetuti gli episodi dei pizzicotti ma si è aggiunta la variante “tirata di capelli” per cui ho imparato a viaggiare con i capelli legati in quanto troppo lunghi e troppo alla portata di tutti. Inoltre, in questa occasione, alla fine della nostra visita, alla nostra guida locale è stata intimata, da alcuni ragazzi, una tangente per la visita effettuata il giorno precedente ad un villaggio che avevamo trovato lungo la strada.

Neanche con la denuncia fatta alla stazione della polizia pochi chilometri dopo, si è riuscita a risolvere. I ragazzi in questione sono stati identificati e portati alla stazione, ma dopo calorosi saluti con la polizia e poche parole, se ne sono andati via sorridenti e con i soldi in tasca.

Visita alle tribù

Passo poi al tema della visita delle tribù, ragione per la quale la maggior parte delle persone scelgono la Valle dell’Omo come meta per il proprio viaggio. Posto che, anche in questi casi, si deve pagare per fare fotografie, cosa che di per sé potrebbe non essere neanche così sbagliata, lo scambio con le persone appartenenti a queste tribù è praticamente nullo e la visita si riduce a splendidi scatti di persone che si mettono in posa per il puro dovere di farlo.

Per alcune tribù non si paga un prezzo fisso, ma si paga il singolo soggetto: immaginerete che questo significa che le persone chiedano insistentemente di essere le prescelte, e anche questo l’ho trovato pensante. Insomma, quello che voglio dire è che ho portato a casa scatti incredibile, ma sono uscita da lì vuota ed, essendo io prima una viaggiatrice che una fotografa, irrimediabilmente delusa.

Ricordo la visita alla tribù Himba in Namibia, visita che invece mi ha lasciato molte emozioni: innanzi tutto abbiamo pagato in generi alimentari direttamente scaricati nei magazzini della comunità e poi, molti di loro, mostravano un grande piacere nell’illustrarci i loro usi e costumi e nell’averci lì presenti come ospiti. Dico questo per dire che esiste un’alternativa a quanto accade in Etiopia e che sono convinta che una mal gestione turistica sia la maggior colpevole della situazione che noi abbiamo vissuto.

Nonostante tutto quello che vi ho già raccontato potrebbe forse già bastare a giustificare la mia posizione, c’è un fatto molto grave che, sopra tutto, mi porta a rispondere, a chi mi chiede se consiglio questo viaggio: “No, non te lo consiglio. Scegli un’altra meta” e sono certa che capirete bene il perché.

Etiopia- Valle dell'Omo

Lago Awassa

Il più brutto dei giorni trascorsi in Etiopia è stato infatti il penultimo, quello sul lago Awassa. Non appena raggiunto il nostro hotel, siamo partiti per un’escursione prefissata, con le barche dell’hotel, sul lago per vedere gli ippopotami. Abbiamo chiesto se fosse stato possibile fermarci anche a visitare un villaggio sulla costa e ci è stato risposto che non c’era alcun problema.

Siamo partiti quindi con due barche diverse, 6 su una barca, 7 su un’altra. Dopo aver avvistato alcuni ippopotami abbiamo attraccato per la visita del villaggio Sidamo. L’accoglienza è stata sempre la stessa, quindi più infastiditi che incuriositi dalla nostra presenza. Mentre stavamo tornando alle barche è però accaduto che, ad uno di noi, è stato rubato il borsello nello zaino con tutti i documenti, carte di credito e soldi. I ragazzi del gruppo si sono messi a rincorrere il ragazzino artefice del furto e l’hanno raggiunto. Dopo una lunga trattativa con le persone del villaggio, il borsello con i documenti è stato restituito, ovviamente senza soldi, ma questo poco contava a quel punto.

Nel tardare la partenza, purtroppo, le acque del lago si sono fatte molto agitate e questo fatto collimava parecchio con la nostra voglia di tornare all’hotel che, visto quanto il clima si fosse fatto teso, iniziava ad essere più un’esigenza che una voglia. Purtroppo però entrambi i conducenti della barca, non erano evidentemente molto esperti e, mentre uno, seppur a fatica, è riuscito a superare le onde, quello della barca in cui mi trovavo io con altri 5 compagni di viaggio è andato palesemente in panico e, dopo aver preso in pieno due onde che hanno allagato la barca, abbiamo capito che la situazione non era per nulla sotto controllo. Inoltre, due ragazzi del villaggio, vedendo che non riuscivamo a procedere, ci hanno raggiunti in acqua, forse inizialmente con l’intenzione di aiutarci a prendere la rotta, questo non lo so sinceramente, ma tentando in un secondo momento di salire a forza sulla barca e facendoci imbarcare molta altra acqua. A quel punto non avevamo scelta: dovevamo tornare a riva.

Non dimenticherò mai quando, già oppressa dalla paura, mi sono voltata verso la riva e ho visto una schiera di persone con volti scuri, alcuni armati di bastoni e maceti, due addirittura con i passamontagna, osservarci immobili. Arrivati a riva la situazione si è fatta molto confusa e le urla si sovrapponevano tra loro. Ci hanno fatto mettere in circolo uno vicino all’altro e dopo pochi minuti abbiamo capito qual era la situazione: le fazioni erano due, ovvero chi aveva deciso di proteggerci e farci scudo dagli altri, chi invece era decisamente più propenso all’aggressione.

Sebbene fossimo consapevoli che i nostri “salvatori” avessero semplicemente intuito un’occasione di fare soldi, chiaramente, in quel momento, rappresentavano la nostra unica salvezza. Queste persone hanno deciso che fosse per noi più sicuro lasciare la spiaggia per cui ci hanno scortati all’interno di una capanna.

Anche qui ho un ricordo vivido: le ragazzine che, lungo il percorso, cercavano di raggiungermi solo per il piacere di darmi frustate con rami di cactus, urlando, ridendo. Una volta raggiunta la capanna ci hanno messi a sedere sul fondo e da lì le comunicazioni sono finite. Nessuno parlava, si sentivano solo fuori gli schiamazzi e qualche tentativo di irruzione prontamente evitato. L’uomo che guidava la barca ha provato per più di mezz’ora a comunicare con il suo collega e, quando finalmente ci è riuscito, siamo riusciti anche a parlare con la nostra guida locale e con la guida italiana che erano entrambi sull’altra barca. Abbiamo fatto presente loro quanto la situazione fosse tesa e che fosse necessario che venissero a recuperarci via terra al più presto.

In tutto abbiamo passato poco più di due ore lì, fissando il pavimento di terra rossa e provando, ogni tanto, a sdrammatizzare tra di noi, facendo comunque attenzione a non urtare in nessun modo le persone della tribù presenti all’interno della tenda. Quando il pulmino è arrivato è stato pattuita una somma per il nostro rilascio e, siamo stati scoratati dal stessi uomini che, armati di maceti e bastoni, ci avevano scortai nella capanna.

Anche questo è un momento che farò fatica a dimenticare: il buio e la luce delle torce che a tratti illuminava sagome armate accanto a me, la ricerca visiva spasmodica degli altri miei compagni di viaggio, il momento in cui ho visto il pulmino, la velocità con la quale mi sono buttata dentro e le lacrime liberatorie seduta sul sedile.

Ecco, questa è la mia storia

So che la componente di sfortuna è stata grande, so che non certo a tutti è capitata una cosa nel genere in quei territori, ma a me, a noi, è successa, e avrei trovato ingiusto non raccontarla.

Mi sono sempre professata blogger di viaggi imparziale e ho sempre raccontato i posti per come li ho vissuti e nel modo più sincero possibile. Ecco, l’ho fatto anche questa volta.

Chiudo con un grazie enorme ai miei compagni di viaggio, eccezionali compagni di avventure e sventure. Noi continueremo a viaggiare, e a farlo insieme, questo è certo.

A proposito dell'autore

Eletrotter

Vivo a Torino, città che amo profondamente, ma nonostante questo mio amore, spesso, sento l'esigenza di scappare lontano da lei per scoprire altri nuovi splendidi luoghi. Credo profondamente che anche viaggiare sia una forma d'arte e che più il viaggiatore sviluppa curiosità, fantasia e originalità, più saprà creare itinerari di viaggio meravigliosi.

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