Carovigno e l’antica tradizione della ‘Nzegna

Piccoli tesori di pietra celati fra ulivi secolari, delimitati di muretti a secco a pochi passi dal mare cristallino e impreziositi da un clima perennemente propizio.

Antiche torri di avvistamento fra sparute masserie, castelli  che custodiscono segreti di un tempo che si vorrebbe perpetuare con echi di leggende e tradizioni che evocano riti e celebrazioni  di profonda devozione popolare.

Carovigno

Carovigno sorge su una collina a circa 170 metri sul livello del mare, al confine tra il Salento e le Murge, a circa 6 km dal Mare Adriatico, fra Ostuni a nord e Brindisi a sud.

Essa è conosciuta come la “città della ‘Nzegna”, una bandiera che attesta il culto per il miracolo della Madonna di Belvedere, patrona della località, con l’attribuzione del valore di documento medievale di pace ecumenica fra Greci e Latini.

La tradizione vuole che il battimento della ‘Nzegna, di forma quadrata con disegni a triangolo a montetti e con al centro la rosa mistica, avvenga il martedì dopo Pasqua, ad opera della famiglia Carlucci. Di generazione in generazione, i figli maschi danzano alla maniera orientale e giostrano con la bandiera ruotandola intorno alla vita, sotto le gambe, intorno al collo, lanciandola in alto, tra il tremore dei paesani che temono l’eventuale caduta del drappo, segno di probabili avversità.

Una grande folla si assiepa intorno partecipando emotivamente all’evento, accompagnando la solenne processione con le Autorità cittadine che sfilano sulla via principale adornata con sfarzose luminarie, precedute da gruppi di sbandieratori e figure storiche di ogni sorta che rievocano la vita del vicino Castello Dentice di Frasso.

Primo giorno

Un press tour ci ha consentito di conoscere questa tradizione ma soprattutto il  suggestivo territorio in cui è incastonata la località sopracitata.

L’arrivo a Carovigno avviene nel pomeriggio di Pasquetta con un benvenuto che giunge proprio nel Castello Dentice dei Principi di Frasso, al centro del paese, a poca distanza dalla chiesa di S. Anna e dal nostro albergo diffuso Dimore S.Anna.

Una prima notizia di questa fortificazione si ha nel 1163, come risulta da un documento della curia di Ostuni; in periodo angioino-aragonese fu di proprietà della contessa leccese Maria d’Enghien, sposa del principe di Taranto Raimondo del Balzo Orsini.

Per volontà della famiglia Loffreda, sul finire del 1400 venne edificata la terza e ultima torre, la famosa torre a mandorla, detta così per la tipica forma ogivale, progettata con la punta rivolta verso il mare per la difesa a oltranza, conferisce al castello un aspetto originale e unico. Tra le fine del 1800 e l’inizio del 1900  la struttura divenne di proprietà della famiglia da cui prende il nome e poi fu venduto alla Provincia di Brindisi.

Alcune persone che hanno lavorato nella nobile residenza sostengono di aver avvertito fenomeni paranormali come passaggio di ombre, accensione anomala di luci, musiche di pianoforte (strumento che la contessa amava) e di aver tratto una sensazione di tranquillità, per nulla inquietante.

Villa comunale

Molto belli sono i giardini, attualmente divisi in villa comunale, che divenne un vero e proprio orto sperimentale e parco, al quali si accedeva tramite un tunnel, un piccolo e stretto sottopasso oggi murato.

Inebriati da queste preziose testimonianze storiche facciamo una visita ad alcune della graziose chiesette che fanno capolino in diversi angoli del paese: S. Angelo, di epoca normanna, la chiesa del Carmine, quella dell’Addolorata che venne usata come ricovero per i viandanti e per i malati infettivi; la Chiesa Madre, dedicata originariamente a S.Antonio da Padova.

A suggello di queste delizie dello spirito non potevano mancare quelle del corpo con una raffinata cenetta presso il ristorante gourmet “Dissapore”, prossima stella Michelin.

Secondo giorno

La mattinata di martedì ha visto un susseguirsi di popolani con costumi d’epoca pronti a sfilare in corteo per le vie del paese, mentre si preparava la solenne processione con la statua della Madonna di Belvedere adornata di ori.

Sulla piazza si assiepavano migliaia di cittadini desiderosi di carpire alcuni effluvi benefici derivanti dalla battitura della ‘Nzegna ad opera dei  due membri della famiglia Carlucci, che si tramanda il possesso della bandiera, agitata come solenne trofeo, segno di protezione divina.

La danza dei due baldanzosi giovanotti veniva accompagnata da musiche ritmate sullo stile della pizzica.

Grande euforia al termine dell’esibizione, conclusasi senza che ci fosse la caduta dello stendardo, indice di malasorte, paventata dal freddo vento che aleggiava sin dalle prime ore e fugato da un tiepido sole che salutava la conclusione della solenne manifestazione.

Olio d’oliva

Nel pomeriggio per rinfrancarci del dispendioso impegno di compartecipazione profuso, siamo stati accompagnati per il pranzo presso la Masseria Bellolio, ambiente rustico riscaldato da un grazioso caminetto che restituiva il calore della civiltà contadina.

Qui è stato possibile partecipare ad una degustazione di olio extravergine a cura di una coppia di docenti accademici che ci ha deliziato con le notizie relative alla conoscenza di questo prodotto che in queste zone risulta di eccellente qualità, tanto da aver ricevuto il riconoscimento DOP.

L’Unione Europea ha introdotto la Denominazione Protetta (D.O.P) a salvaguardare l’originalità e territorialità della produzione di olio extravergine d’oliva, marchio di qualità che viene attribuito agli oli che seguono un disciplinare di produzione predefinita in tutte le fasi della catena produttiva dalla pianta all’imbottigliamento.

La Regione Puglia è intervenuta con una Legge Regionale definendo gli “ulivi “elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale” e per questo sottoposti a vincolo paesaggistico, vietandone il danneggiamento, l’abbattimento e l’espianto.

In serata dopo aver assistito alla processione, con sfilata di sbandieratori e fuochi d’artificio che suggellavano la solennità dell’evento svoltosi, ci siamo rifocillati con una raffinata cena a base di pesce presso il Ristorante Chechele nel centro di Carovigno.

Terzo giorno

Al mattino, inebriati dal bel sole che impreziosiva le vestigia del borgo, dal Castello alla Chiesa di Sant’Anna, siamo stati accompagnati al Santuario della Madonna di Belvedere, non si sa se per un implicito ringraziamento per la  fruizione delle bellezza storico ambientalistica concessaci o se per una nostra tacita richiesta di perdono per gli eccessi goderecci, celati dalla  necessità di conoscenza del territorio tramite le sue essenze enogastronomiche.

La struttura, che si trova a circa 4 km a nord-est da Carovigno, sulla strada per Specchiolla, comprende la chiesa superiore e un sistema di grotte naturali disposte su due livelli, ambienti ipogei diventati importanti luoghi di culto. Si pensa che la chiesa in grotta sia stata usata da monaci di rito greco in fuga dall’area siropalestinese sotto la pressione dell’Islam.

Su un lato si trova una nicchia in cui è inserito il quadro della Madonna di Belvedere che viene portato in pellegrinaggio durante le feste pasquali, sul lato opposto è esposta la statua della Madonna di Finibus Terrae (fine XV secolo). Dopo aver percorso una lunga scalinata di 31 gradini, a circa 20 metri di profondità, si trova la grotta inferiore da cui dipartono vari cunicoli, con immagini sacre in prevalenza a soggetto mariano; furono rinvenute molte ossa appartenenti alla fauna pleistocenica.

Il Santuario del Belvedere, presso il quale si tiene l’ultima battitura della ‘Nzegna il quarto giorno, è diventato un luogo mistico , con le sue grotte  create dall’acqua, modellate dai fenomeni carsici e impreziosite dall’opera umana con affreschi ed altari.

Torre Guaceto

Una piacevolissima scoperta dopo la visita al Santuario della Madonna di Belvedere, quasi fosse un dono della medesima per la nostra visita, è stata la scoperta di Torre Guaceto.

Un’Area Marina Protetta e Riserva Naturale dello Stato che si estende lungo tremila ettari di mare e di ambienti naturali, un’affascinante tratto di costa incontaminato lungo all’incirca 8 km.

L’unica opera umana presente è appunto la Torre che ha una pianta quadrata e fu costruita intorno al 1300 ad opera di Carlo d’Angiò per contrastare gli sbarchi dei Saraceni. La denominazione di Guaceto deriva dalla parola turca al Gawsit ossia luogo dell’acqua dolce, una peculiarità che ha reso questo luogo un paradiso per animali di terra e di mare..

Da alcuni reperti risalenti all’età del bronzo è stato possibile capire che la zona fu abitata già in epoca preistorica, successivamente vi furono i Messapi, i Romani e i Saraceni che usarono il suo porto per scorrerie e per commercio di vino ed olio.

Lo scalo fu inoltre frequentato da Veneziani e poi dagli Spagnoli, per ritrovare una certa ripresa dei traffici mercantili nel XVIII secolo; in seguito con l’abbandono della via Traiana per la nuova via consolare borbonica che collegava Brindisi a Monopoli, Guaceto divenne un porto malsicuro adatto solo a contrabbandieri.

Nel 1881 Ernesto Dentice di Frasso, proprietario della zona, eseguì opere di bonifica e di rimboschimento stabilendo i limiti odierni dell’area umida.

In prossimità della Torre la costa è caratterizzata da una piccola falesia rocciosa con piccole insenature adiacenti; verso Punta Penna Grossa, la costa è bassa e sabbiosa; uno degli habitat che contraddistinguono i fondali sono le praterie di Posidonia oceanica. Il rigore nella tutela degli ambienti naturali e nella preservazione della biodiversità ne ha fatto un paradiso per flora e fauna e per la rigogliosa macchia mediterranea.

Risulta un vero piacere passeggiare a piedi o in bicicletta fra ulivi secolari, che appaiono come una sorta di sculture viventi, è bello  ammirare il plurisecolare Ginepro coccolone o assistere al lavorio del mare che forma alte dune sabbiose.

Nel Luglio del 2008 l’Università del Salento ha condotto una campagna di scavo archeologico nella zona degli Scogli di Apani, nella Zona A della riserva, a circa 400 m dalla linea della costa. Si ipotizza la presenza di un insediamento, grazie al materiale ceramico riferibile a vasi, frammenti di intonaco delle pareti dell’abitato e buche da palo scavate nel banco roccioso.

Un’esperienza unica è stata quella di aggirarsi in questo ambiente incontaminato con spiazzi erbosi adiacenti a tratti di marina di azzurro sfumato in varie tonalità, per non dire della immensa distesa verdeggiante di spighe che ammantano l’edificio di avvistamento.

Torre Santa Sabina

A malincuore ci siamo allontanati dal quel luogo onirico per dirigerci a Torre Santa Sabina, circondata da strisce erbose e intrecci di cactus a ridosso di pescherecci sulla bluastra superficie del mare. Tutto questo nuovo incanto l’abbiamo fruito  dalle vetrate del ristorante “Da Turicchio” affollato di accaldati turisti, mentre assaporavamo le delizie ittiche intuendo il motivo dell’imponente stazza di molti dei compaesani che ci osservavano stupiti per le nostre ritrosie dinanzi agli eccessi culinari prospettatici.

Appagati da quelle pietanze davvero assortite ma, soprattutto, per ciò che abbiamo ammirato nel magico territorio di  Carovigno, ci siamo congedati con la recondita speranza di ritornare  al più presto per carpire il  misterioso segreto che contraddistingue la bellezza selvaggia e dal sapore arcaico di questi angoli paradisiaci.

Piccoli tesori architettonici ed ambientalistici che abbiamo avuto il privilegio di accostare come una materializzazione di misteriose dimensioni oniriche.

A proposito dell'autore

Giuseppina Serafino

Oltre alla passione per la scrittura, un modo per "viaggiare" con le parole nelle molteplici sfaccettature della realtà, mi piace dedicarmi al trekking e al cicloturismo. Ho iniziato a viaggiare a quattro mesi, quando i miei genitori si sono trasferiti dal sud a Milano per motivi di lavoro, ripetendo lo stesso percorso, ogni anno, fino alla maggiore età. Ho visitato molti stati europei organizzando meticolosamente il viaggio e documentandolo grazie alla mia inseparabile macchina fotografica.

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2 Risposte

  1. Vito Giuseppe Carlucci

    Va tutto bene! Una sola preghiera: A Carovigno abbiamo La MADONNA DI BELVEDERE e non la Madonna del Belvedere. Può sembrare un sofisma, ma non sono la stessa cosa

    Rispondi

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