Da poco rientrata dal mio viaggio in Armenia, terra sorprendete e ricca di storia, inizio a prendere le distanze da questa esperienza che, come a volte accade per qualche viaggio, ha superato le nostre attese.

Questo primo post però lo voglio dedicare ad una meta che non molti considerano  possibile nel corso di un viaggio in Armenia, ossia la visita nel Nagorno Karabakh, “lo Stato che non c’è”.

Ammetto la mia poca conoscenza pre viaggio della situazione politica complicatissima che affligge questa area geografica del Caucaso e che vede, Armenia- Azerbaigian ed appunto Nagorno Karabakh contendersi questo lembo di terra, fra odi culturali, religiosi, etnici appoggiati da potenze straniere con trattati di pace mai ratificati e di conseguenza confini non riconosciuti.

Quando ho iniziato a pensare di visitare l’Armenia ho inviato una serie di richieste di preventivi a diverse guide/agenzie locali. Erano più o meno equivalenti, l’unica che mi ha proposto qualcosa di diverso ed a un prezzo per giunta inferiore con pari servizi, è stata Lililt [email protected]  una ragazza molto preparata, laureata in marketing turistico e guida esperta da diversi anni nel suo paese.

Lilit ci ha proposto che una tappa del nostro viaggio fosse in Nagorno Karabakh e mio marito, che conosceva più di me la situazione politica, ha accettato con entusiasmo, animato dalla curiosità per questo paese, essendo anche una delle sue canzoni proferite (Einstürzende Neubauten – Nagorny Karabach) dedicata al “giardino nero” del Caucaso.

Nagorno Karabakh

Geograficamente il Nagorno Karabakh è quasi interamente occupato dalla Repubblica dell’Artsakh, costituitasi nel 1991 con il nome di Repubblica del Nagorno Karabakh, della quale non fa però parte la regione settentrionale di Shahumian sotto controllo dell’Azerbaigian.

Politicamente è uno Stato non riconosciuto che vive sospeso, perché, dopo una guerra cruenta con Azerbaigian, il cessate il fuoco è arrivato solo nel 1994: l’accordo, raggiunto con la mediazione della Russia, riconobbe la vittoria militare degli armeni a cui rimase il controllo del Karabakh e di altre regioni dell’Azerbaigian. Il trattato di pace però non fu mai siglato.

Come si arriva in Nagorno Karabakh?

L’unica via di accesso e di uscita è quella dal confine Armeno, unico Stato che riconosce la sua autonomia. Noi abbiamo ottenuto il visto nella sua ambasciata a Yeravan: compilando un modulo si ottiene, come italiani turisti, senza grandi difficoltà una VISA che non viene apposta nel passaporto per evitare, a chi si dovesse recare in Azerbaigian, la possibilità di non entrare in quel paese.

Ci sono posti di controllo in entrata ed in uscita, avendo tutto in regola e viaggiando con guida e driver armeno non abbiamo dovuto fare altro che far controllare i passaporti.

La situazione nonostante il cessate il fuoco non è assolutamente stabile e per quanto io abbia colto un gran senso di accoglienza da parte della gente, e mi sia sentita sicura, se si ha occasione di parlare con le persone od osservando i tanti militari che pattugliano strade, si capisce quanto tutto sia molto appeso ad un filo.

Il Nagorno Karabakh è un giardino nero sospeso tra la cupa terra ed il cielo e, la sua gente, che ama riconoscersi con la frase ”We and Our Montains”  attende qualcosa che tarderà ancora, credo molto, ad arrivare.

Noi abbiamo visitato due città grandi, Shusi sfondo di efferate battaglie, la capitale Stepanakert ed il suggestivo villaggio di Vank.  Non sono mancate le visite a monasteri: Gandzasar ed il suggestivo Dadivank dove l’ospitalità del prete, che racconterò a breve, ci ha fatto capire ancora di più lo spirito che attraversa questa gente ed i loro animi.

Oltre il confine

Superato il confine ci appaiono valli popolate da fitti boschi su una terra nera nera e corsi d’acqua; e già da questo si comprende il vero significato del suo nome.

E’ un nome che evoca la natura di questo Stato e che lo anima: attraversarlo è un viaggio surreale, una di quelle esperienze per cui ringrazi di aver voglia di superare le tue zone di confort e di essere animata dallo spirito del viaggiatore, che vuole scoprire attraverso i propri occhi cosa sia realmente il mondo e la gente.

L’impronta sovietica è presente ancora oggi non solo nelle architetture ma sotto forma di aiuti economici e costumi.

La città di Shusi

La nostra prima tappa è stata Shusi e la sua chiesa bianca che, durante la guerra, fungeva da deposito delle armi. Ci accompagnava il freddo, un’atmosfera surreale: attorno palazzoni di stampo sovietico dove il tempo appare fermo, i muri scrostati, l’esercito che cammina al fianco di bambini che danno la mano alle mamme e ragazze dai costumi simili ai nostri.

Ti viene immediatamente da chiederti quale possa essere la loro vita, senza un passaporto riconosciuto se non quello che non gli appartiene come cultura, quale lavoro possa fare questa gente, quale sia la loro idea di futuro oltre la difesa dei confini.

La città di Stepanakert

Arrivati a Stepanakert tutto diventa più “normale” in apparenza: c’è la Piazza della Repubblica con il palazzo presidenziale dove c’è un Presidente ed un Parlamento che però non è riconosciuto da nessun trattato internazionale, dove è stata scritta una Costituzione che nessuno fuori dai loro confini rispetta, fra insegne luminose di esercizi che si avvicinano ad una nostra idea di commercio, a tratti anni 70 a tratti nuovo millennio, e qualche ristorante e hotel.

Strutture ferme nel tempo dentro e fuori, con quell’idea tutta sovietica di ordine così estremo che da una parte affascina dall’altra inquieta, omologa, appiattisce.

Sarà stato anche il clima freddo, la luce paglierina ma credo che la percezione che ho sentito approdando in Nagorno Karabakh difficilmente la scorderò.

In alcuni momenti l’ho paragonata ad alcune situazioni e sensazioni vissute in Iran, un altro Stato in cui la storia si comprende più guardando la gente e ciò che ti circonda, piuttosto che leggendo informazioni ed articoli che per quanto corretti non possono restituire quanto le immagini che imprimi nella memoria, come ad esempio il parco macchine anni 70, il passo lento di una donna che torna dalla spesa al mercato con la borsa della  piena di verdure spontanee della montagna e barattoli di sottaceti.

Il mercato

Anche in questo viaggio il mercato, qui dove il turismo non entra o quasi, è realmente quello delle persone del luogo. E’ il palcoscenico dove poter osservare, assaggiare, parlare, comprare per sostenere in modo equo questa gente e sentire il freddo che li attraversa, non solo perché è freddo, ma perché tutto appare cupo ed allo stesso tempo affascinante e pur non rendendoti ancora conto come ci sei arrivata,  ringrazi di aver avuto l’intuito di voler essere fin qui.

Vedere le donne che impastano il pane tipico (Jingial) una sorta di piadina molto sottile ripiena di erbe aromatiche selvatiche, osservare ogni passaggio, commentare con loro mentre ti chiedono “la Francia è importante per i profumi… l’Italia per cosa?”, assaggiare quei sapori intensi e semplici in piedi fra la gente comune e l’esercito che passeggia, fra barattoli di lingua e trippa in salmì ed il macellaio che non ha bisogno del frigorifero a causa delle temperature, è un insieme semplice ma intenso di esperienze che ti da, per fortuna, i segnali di dove sei, e ti suggerisce la risposta al perché tu sia li.

Sei lì per assaggiare quelle erbe, rispondere a quella signora, comprare quel barattolo di lingua a 0,80 centesimi e mangiarla in Italia durante il pranzo della domenica e dire che è anche buona, per mettere tutte queste sensazioni dentro un cassettino interiore e capire meglio cosa sia e quanto sia diverso questo mondo e quanti “posti altri e mondi possibili” ,oltre alla tua casa ed il tuo paese, ci siano.

Il villaggio Vank

Siamo così approdati a Vank una comunità rurale della Regione di Martakert. Il paese, una delle più popolate fra le comunità rurali della regione, è stato oggetto da parte del governo di un sostegno alla politica demografica e si trova in una ampia vallata nei pressi del celebre monastero di Gandzasar da cui il nome del villaggio.

All’ingresso macchine sospese su colonne e targhe attaccate lungo i muri: sono le tracce dei Azeri in fuga, sono le targhe delle loro macchine e qui la gente vuole in ogni modo ricordare che non ci sono più.

Grazie al sostegno economico di un magnate del legno russo, Vank è un villaggio che possiede due alberghi dal gusto kitsch di cui uno chiamato il “Titanic” per la sua forma a nave da crociera e gli ambienti marini all’interno, una scultura scolpita nella roccia a forma di leone, opere di materiale apparentemente in disuso, dalle fattezze animalesche non ben identificate, un ospedale ed una scuola.

Il governo ha organizzato alcuni anni fa un matrimonio collettivo nel monastero adiacente e, sia in diversi luoghi della capitale che altrove, è facile trovare foto di questa cerimonia fra il sacro ed il profano in cui circa 150 coppie dentro e fuori la chiesa ricevevano un sacramento, su cui lo Stato ha provato ad investire per ripopolare la demografia debole, dopo la sanguinosa guerra. I figli nati da questo matrimonio saranno la fonte di un sussidio per queste famiglie che si fatica a capire dove possano lavorare.

 

Il monastero di Dadivank

L’esperienza più toccante è stata quella presso il suggestivo monastero di Dadivank, da poco restaurato immerso in uno scenario in cui né il sole, né la nebbia né la pioggia può variare la bellezza.

Dopo aver visitato il complesso, il parroco ci invita a mangiare, alla sua tavola, lo Jingial che avevamo comprato in paese. Non parla inglese, Lilit traduce e media fra noi e lui. Ci mostra con orgoglio i doni che i fedeli il giorni di Pasqua gli hanno donato (quadri dipinti da loro), condivide il suo formaggio, ci offre il caffè ed il vino; conversiamo mangiando e ammirando il panorama sulle montagne dalla sua finestra. Ci chiede cosa pensiamo del suo popolo e della situazione della sua terra.

E’ una domanda che mi aspettavo e temevo: difficile per il contesto, difficile per la lingua, difficile per le attese e la paura di evitare fraintendimenti. Diamo la nostra versione, molto diplomatica, di persone che non sanno per fortuna attualmente cosa sia la guerra. Lui si alza, si reca nella stanza accanto, rientra con un fucile in mano e ci dice “Loro sono mussulmani, noi siamo cristiani, noi siamo nella nostra terra, loro nella loro, ora.

Da qui al confine ci sono 18 km, io la mia gente siamo disposti a tutto per far rispettare ciò che è nostro”. Vedere un prete in abito talare e con croce al collo, imbracciare un fucile, proprio in quanto ossimoro, non mi ha fatto temere nulla, in quel contesto. Poi riflettendo, arrivi a dire, senza troppo sforzo, che la guerra, ti porta per natura ad essere qualcosa che non sei, che la sopravvivenza va oltre un vestito ed oltre al tuo animo; che la guerra è l’estremizzazione di ciò che si è e non si è ed il proprio senso di giustizia non prova empatia, sopratutto in un giardino nero invisibile al mondo, che gronda ancora di sangue.

Il monumento Tatik e Papik detti “Grandpa e Grandma”

Concludo con quello che per il Nagorno Karabakh è il simbolo della Repubblica dell’Artsakh: il monumento Tatik e Papik detti “Grandpa e Grandma”. Costruito nel 1967, si erge su una collina alle porte della capitale e rappresenta la longevità e la caparbietà del popolo dell’ Artsakh. Ha le fattezze di un uomo e di una donna anziani e le forme di due montagne. I volti sono essenziali e la pietra con cui sono scolpiti il tufo, tipica della zona del Caucaso.

Mentre scattavamo le foto di rito, le donne puliscono le scale per arrivarci passando lo straccio, nonostante la pioggia, ed un un gruppo di ragazzi ci invita a leggere il cartellone che spiega la storia del monumento. Nonno e nonna sono il loro orgoglio, sono ciò che li rappresenta e sono nell’effige della bandiera, una bandiera di cui pochi conoscono la storia, a cui con difficoltà si attribuisce un torto o una ragione.

Una bandiera di un fazzoletto di terra, che non trovi nell’atlante e che gronda di sangue, di voglia di autonomia, di pace.

Neanche google map e nessun social, geolocalizzando, nomina questo luogo e questa gente con il loro vero nome.

E’ Armenia? E’ Azerbaigian? No, questo lembo di terra è il Nagorno Karabakh, Repubblica dell’Artsakh.

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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