Grottaglie, Venerdì di Passione

Tre donne vestite di nero sui riflessi del basolato, la luce del tramonto sulla facciata della chiesa, i riflessi delle maioliche in alto sulla cupola, nel vicolo uomini in saio bianco e mantellina rossa, sono i Confratelli del Purgatorio che si preparano alla Processione dell’Addolorata, in testa un cappuccio che sembra una kefiah, in piazza i fedeli aspettano, la banda prova gli strumenti, i bimbi vestiti di bianco giocano con le loro piccole croci e salutano le mamme, ed ecco sul portale antico la Madonna, semplice, essenziale, senza fronzoli, mantello nero bordato d’oro, un fazzoletto bianco in mano e una spada che le trafigge il cuore, il coro delle donne in nero intona un canto di dolore, prima flebile, poi più sicuro, sincero, testa alta e occhi al cielo che comincia a imbrunire.

La Madonna passa nei vicoli lastricati, ai balconi le vecchiette si fanno il segno della croce, a ogni sosta i portatori appoggiano la statua su robusti monopiedi e le donne cantano con passione, la voce dei sette coristi con cordone e nappa rossa al collo non si sente proprio, sosta davanti alla porta aperta di una casa, mai vista tanta gente così lungo il percorso – perché si sono fermati? – c’è un quadro raffigurante una Madonna, ci racconta un signore, quando passava la processione la porta si apriva da sola, la Madonna del quadro voleva vedere passare la Madonna Addolorata, da allora la processione si ferma per permettere l’incontro – in cima alla scala ricolma di fiori una copia della Madonna del Dito.

Quanto dura la processione? chiediamo al vigile urbano che controlla un incrocio – ancora tre ore, finirà a mezzanotte – stanchi, fatto un lungo viuaggio, un ultimo saluto, in testa al corteo la grande croce, poi i confratelli bianchi e rossi con la kefiah, i bambini con le loro croci, le donne del coro, gli uomini col cordone rosso, il parroco tutto nero, la Madonna si allontana illuminata dai faretti, corni tromboni e flicorni suonano l’ultima marcia funebre nel buio della notte.

Taranto, l’Addolorata 

Pensavamo di trovare una processione invece sono solo in due, camice bianco, mantella avorio, cappuccio con due forellini per gli occhi e un cappello nero bordato con nastro blu, camminano appoggiandosi a un lungo bastone da pellegrino e si dondolano come una coppia a braccetto, camminano si fa per dire, in realtà avanzano di pochi centimetri a ogni passo, a piedi nudi? con sto’ freddo? Dalla Chiesa del Carmelo esce un’altra coppia, poi altre ancora – sono le Perdune, ci spiega una signora, vanno a far visita alle chiese e poi ritornano qui – quanto impiegano? – tutta la notte – a piedi nudi? con sto’ freddo?

Ma la processione dell’Addolorata dov’è? – parte da San Domenico, in fondo alla città vecchia, ma a mezzanotte – a mezzanotte? Alle undici si esce, sul ponte girevole tira un’aria gelida, le due colonne doriche resistono intirizzite, le coppie delle Perdune “nazzicano” tra la folla di via Duomo resistendo a pizze, focacce, Raffo e arancini, la piazza davanti a San Domenico è già piena.

Sulla doppia scalinata che sale alla chiesa è un viavai di fotografi, uomini della Confraternita, militari in divisa, esce la croce, tre gradini e si ferma, arriva il sindaco, due carabinieri col pennacchio ai lati della porta, finalmente compare la Madonna, a 111.000 euro è stata aggiudicata – ??? – il diritto di portare la statua della Madonna, il resto non lo sento perché l’arcivescovo inizia la predica, saran cinque minuti, mezzanotte è passata, venti è durata.

Attesa snervante, finalmente la Madonna si muove, scende tra mani protese, flash e sobbalzi, sono le 00:36, ha fatto in fretta quest’anno, commentano lì intorno, e meno male, ma adesso perché si ferma? Nessuno lo sa, alla 01:00 la Madonna con un fazzoletto bianco nella mano destra e un cuore trafitto nella sinistra inizia la lunga nottata, rientrerà alle due del pomeriggio mi confermano, io sono già stanco, figuriamoci lei, la banda attacca una lenta marcia funebre che si perde nei vicoli della notte.

Francavilla Fontana, i Misteri

La prima cosa che vedi sono le croci, prima due enormi lungo un marciapiedi, poi tre più chiare, a un incrocio ne stanno montando un’altra, arrivi in piazza  e ce ne sono decine appoggiate ai muri, cellulari,  Nikon e Canon in azione, foto in piedi, in ginocchio, di sbieco, dal basso, due giovanotti sulla trentina a guardia delle loro croci – ma quanto pesano? – tanto, soprattutto se sei a piedi nudi – ma quante sono?  può venire chiunque con la sua croce? – no, c’è tutta una procedura e bisogna anche pagare – pure? pagare per andare in giro di notte a piedi nudi trascinando settanta chili sulle spalle? quanto? – non si dice ma anche se aumentasse non rinunceremmo mai, non lo fai per esibizionismo, siamo tutti incappucciati, è una cosa che hai dentro.

Gli ultimi raggi sulla facciata del duomo illuminano la piazza ormai in fermento, i primi ad arrivare sono vestiti di rosso, camice, sandali e velo, le mantelline bordate d’oro, sono i soci di una confraternita, quella del Crocifisso mi dicono, poi arrivano i confratelli del Carmine, mantellina gialla, camice e copricapo bianchi tutti balze e pizzi, brusio, la gente si scosta, arrivano in fila a due a due come una compagnia di guerrieri antichi, piedi nudi, cappuccio calato sugli occhi e lungo bastone in mano.

Eccoli i Pappamusci, di ritorno dal giro delle chiese, sono loro ad attirare i fotografi, tra i rossi e i gialli si muovono dei figuri vestiti di nero, immagino siano i confratelli dell’Orazione e Morte, i lampi dei flash illuminano mantelline blu, mozzette azzurre, donne in nero con lunghe collane dorate, la banda intona la prima marcia funebre, dalla chiesa di Santa Chiara escono le statue che raffigurano la passione di Cristo e la processione si muove per le vie del centro.

I crociferi, dove sono i crociferi? Troppa folla, bisogna correre avanti, una piazza, la banda tace, si sente lo strusciare del legno sulle chianche lucide, sono loro, incappucciati e piedi nudi, tutti a tirare con forza e fatica, venti metri, stop, altri venti metri, stop, un bambino sulle spalle del papà grida – papà, bua! – indicando le croci, altri venti metri di fatica e dolore, sono davvero tanti, l’Addolorata preme all’ingresso della piazza, le croci stridono sul selciato, gli ottoni intonano una solenne marcia funebre.

Canosa, la Desolata

Una corsa per arrivare ma siamo in tempo, la processione non è ancora partita. Che dire, ci sono le bimbe-angioletto con i simboli della Passione, i chierichetti coi cartelli della Via Crucis, le bambine col velo viola e gli sguardi distratti, i carrelli con gli altoparlanti spinti a mano, le donne con rosario e candele accese, il prete col piviale viola e ovviamente la statua della Madonna con la corona di spine e la spada che le trafigge il cuore, sì c’è anche la banda, ma l’anima religiosa, il cuore pulsante della processione sono loro, le donne della Desolata, vestite di nero e col velo che nasconde il viso sembrano uscite da un quadro del Bellini, sono centinaia, abbracciate tra di loro scendono le stradine di Canosa come un fiume senza fine, gli angioletti si fermano, donne col rosario bambine con le ali  folla e chierichetti si mescolano, la banda dà l’attacco ed ecco che dal coro delle donne velate sale un canto appassionato, forte, struggente, ti inumidisce gli occhi e ti stringe il cuore.

Su e giù per i vicoli, in attesa sull’angolo di una via per rivivere l’emozione, arrivano gli angioletti le bambine in viola il carrello degli altoparlanti gli uomini vestiti di scuro e cravatta nera, facce abbronzate, sguardi sicuri di antica civiltà, e poi l’ondata delle donne come un coro da tragedia greca, il maestro cammina all’indietro guidato da un aiutante, le file si serrano, si compattano, l’Inno della Desolata prende forza, sale tra le mura verso il cielo luminoso, il prodigio si ripete, la Madonna non può non sentire, non si vede ma di sicuro piange mentre si allontana seguita dalle ultime note della banda.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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