Piccole meraviglie d’Islanda. Tante cose da vedere. Io consiglio queste 6 località da non perdere (incluse le case con il tetto di erba / torba) in un viaggio in Islanda.

Heldhraun

In macchina sulla 1, la Hringvegur, tra Vik e Kirkjubaejarklaustur. Dai, ferma qui. Ma non c’è niente dice mio fratello scuotendo la testa.

La strada è una retta nera che si perde all’orizzonte, dal cielo grigio una luce scialba si adagia sul piumone grigioverde che copre la pianura fin dove arriva lo sguardo, nient’altro.

Piumone, se vogliamo essere meno poetici, a ben guardare, potrebbe anche essere la moquette di un ufficio open space, dove non arriva l’aspirapolvere della ditta di pulizie spunta qualche rametto di salice nano, la piantina di lupino in fiore è una carta di caramelle caduta sotto la scrivania, e quelle macchie più grigie? E’ da un po’ che non spolverano.

E per dirla tutta non è nemmeno una pianura vera e propria, è un campo di lava tutto sassi, buche, vallecole e costoni coperto da una coltre di muschi, uno solo verrebbe da dire (woolly fringe-moss, Racomitrium lanuginosum), anche se in Islanda ne hanno censiti più di 600.

Per me è un posto unico e fotografo sassi di velluto, buche traditrici, vallecole grigie e costoni verdi, per mio fratello al massimo è un posto strano e mi aspetta paziente di fianco alla macchina.

vallecole grigie

Nupstadur

Eccole! Sono a 300 metri dalla 1 tra Kirkjubaejarklaustur e Hof, in fondo a uno sterrato, là, ai piedi di quel costone roccioso, sono una dozzina di casette di legno, le più vecchie col tetto di torba su cui cresce erba rigogliosa, le altre di lamiera arrugginita.

Sono proprio come le casette delle fiabe dei bambini, ma come facevano a viverci? E la chiesetta? Secondo me l’hanno fatta per accalappiare i turisti.

C’è il cancelletto di legno bianco e nero che serve solo a inquadrare la chiesetta disegnata da un bambino, il tetto aguzzo, la croce in cima, una porticina bianca sulla facciata nera, una finestrina di 10×10 centimetri, e l’erba verde che la ricopre festosa, non è vera, è per i turisti…

Sul retro, all’ombra dei due alberi che le proteggono, quattro lapidi adagiate su un tappeto di teneri equiseti guardano lontano, al di là della valle, verso il Lomagnupur immerso nel sole.

case tetto in erba

Hofn

Sicuri che Hofn meriti una visita? Sì e no.

Partiamo dal no: se arrivi col cielo grigio, sei stanco e vuoi solo riposarti perché hai camminato fino a Svartifoss, hai girato attorno allo Jokullsarlon e domani è lunga fino a Egilsstadir, allora non c’è niente da vedere, qualche magazzino dove lavorano il pesce, ma è sera, tutto chiuso, e qualche ristorante, ecco vai ad assaggiare le famose aragoste e poi a nanna.

Ma se lungo la strada davanti a te lame di luce tagliano le nuvole scure e stampano strisce verdi sulla pianura e la neve prende vita sulle montagne là in fondo, e se dopo aver mangiato le aragoste, che per la verità sono scampi ma pur sempre ottimi, all’uscita del ristorante vedi un arcobaleno lontano, allora sì. Vai al monumento ai marinai, fa niente se pioviggina, e cammina a zonzo tra i cespugli dei salici in fiore, costeggia le lagune bordate da ciuffi di carici da dove grosse anatre si allontanano guardandoti un po’ scocciate.

Poi all’improvviso una pennellata di luce colora di giallo le canne degli isolotti disegnati col compasso e dà vita alle decine di candidi cigni fino ad allora immobili sulle acque scure e più avanti le anatre nuotano nella schiuma sui bordi della corrente di marea che avanza e i gabbiani litigano in volo e lontano, sul piatto orizzonte. La matita arancio di un faro si fa bella con uno spezzone di arcobaleno, ecco, allora sì, Hofn merita una visita.

Hofn

Fauskasandur

Si trova scendendo al mare dalla 1 tra Hofn e Djupivogur; lo so ci sono 104 km tra i due paesi, diciamo a metà strada.

Il palcoscenico è più Islanda che non si può: cielo coperto da lunghi nembi scuri, folate di pioggia sottile sottile, a destra i costoni della montagna sbucano improvvisi dalla nebbia là in alto; a sinistra il mare color del piombo spinge onde irose sulla lunga spiaggia nera, e lui se ne sta là in mezzo immobile e sicuro come un antico guerriero, l’ultimo rimasto, sferzato dal vento gelido, colpito dalle onde arrabbiate, trascinato verso il mare dalla forza della risacca: il faraglione resiste impavido in attesa delle nuove riprese de Il Trono di Spade.

Pittoresco, fotogenico, ne valeva la pena e questa volta è d’accordo anche mio fratello.

Fauskasandur

Il deserto della F907

F907, solo per veicoli 4×4, non dovremmo essere qui: la nostra è una Nissan fascia economy, ma ormai l’abbiamo iniziata, mancano appena 20 km…  

In cima alla salita c’è un altopiano andino, un deserto di pietrisco e pietre aguzze, ciuffi di erba gialla, ma siamo a metà giugno quando diventerà verde?

A destra un lago serpentino che scompare a ogni dosso, a sinistra lagune senza vita, all’orizzonte montagne ancora chiazzate di neve, e la strada si perde senza fine in questo panorama desolato e primordiale di una bellezza austera e magnetica. Mio fratello a ogni clang, sdong, pum sotto la macchina sospira in silenzio.

Sosta sulla riva del Saenautavatn, il lago è blu cielo, i sassi della riva rosso ruggine, una linea pura la collina di fronte, tutto è immobile, tutto è silenzio. Se Marte fosse abitabile sarebbe così.

Saenautavatn, il lago è blu

Hellnar

“L’ho trovato”, mi segnala mio fratello, l’arco è qui. E’ da un’ora che lo stiamo cercando.

Siamo partiti dal porto di Arnarstapi, nella penisola di Snaefellsnes, una passeggiata lungo la riva rocciosa con cale, calette, promontori e isolette difficili da dimenticare, ma io è l’arco che voglio vedere, ed eccolo finalmente.

La riva è una spiaggia di ciottoloni bianchi e neri arrotondati dalle onde, l’arco non è niente di speciale ma attorno è un tourbillon di pietra, tagli verticali a fratturare le pareti grigie, lastre distrutte in mille pezzi, schegge minacciose come denti di dinosauro, è l’esplosione di una bomba, strati di roccia sbiancati dal calore, schiacciati e arcuati dalla forza del fuoco, addolciti e levigati dal lavorio del mare, insomma, un capolavoro della geometria del caos.

Andiamo è tardi! Aspetta, ancora una foto!

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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