Diario di viaggio al Parque Nacional del Manu, Amazzonia peruviana

Si fa presto a dire Manu ma arrivarci non è così semplice. Milano-Madrid-Lima-Cuzco, se proprio va bene ci vuole un giorno intero di aerei e aeroporti ma non penserete di essere arrivati? Ci vogliono altri tre giorni di auto e barca per arrivare dentro al Manu.

Cos’è il Manu? Il Manu è un parco nazionale del Perù grande come il Lazio che si distende dalla catena delle Ande a partire da 4.000 metri circa giù fino ai 300 metri dell’Amazzonia, e grazie a questo range altitudinale ospita più specie di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, farfalle e così via di quanti non ce ne siano in tutta Europa, non a caso è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1987.

Il parco è tutelato e solo una piccola parte è aperta al turismo con un  numero controllato di accessi. Ci sono anche, ma di questo si parla poco, dei gruppi di indigeni che non sono ancora venuti in contatto col nostro mondo e il cui futuro è decisamente incerto.

Da Cuzco alla Posada San Pedro – 8 ore di minivan

Sono in compagnia di due ragazzi svizzeri che hanno lasciato a inizio anno il lavoro e sono in giro per il Sudamerica ma tra due mesi ritorneranno a casa, lui è un ingegnere e si occupa di architettura di sistemi e ha già un posto, colloquio fatto su Skype, lei lo cercherà al ritorno, chi non ha bisogno di un’impiegata?

Da Cuzco, 3.400 metri, il minivan arranca in salita evitando sassi e fango che con una inquietante frequenza invadono la carreggiata su fino a 4.200 metri nelle Ande poi giù a Paucartambo, 2.900 metri, e su di nuovo per strade bianche fino a Acjanaco, la porta del Manu, 3.500 metri, da qui è tutta discesa ma la strada è interrotta da una frana di fango, la stanno riparando con dei bulldozer, un’ora di attesa poi si passa slittando sul terreno instabile senza guardare giù.

Gruppo di scimmie lanose su un albero, si preparano per la notte, sosta al lek di San Pedro per vedere il gallito de las rocas, l’uccello simbolo del Perù, cinque ce n’erano ma sono rimasti lontani tra i rami, Michel, la nostra guida, ha un cannocchiale su treppiede con adattatore per cellulare, fa belle foto, incredibile, più avanti scimmie cappuccino sui bambù di fianco alla strada.

Posada San Pedro, 1.600 metri, nella foresta avvolta dalla nebbia, quattro bungalows di legno con tetto di lamiera, generatore elettrico fino alle 9 poi silenzio assoluto, anche il buio è assoluto, il bagno dista 30 metri, di silenzio e buio assoluti.

Dalla Posada San Pedro al Pantiacolla Lodge – 3 ore di minivan + 2 ore di barca

Partenza alle 8, fotografato colibrì sui fiori della posada, gli svizzeri leggono per tutto il viaggio, non guardano niente, se han già visto tutto che ci vengono a fare?

Sosta a Pillcopata, paese da Far west, case cadenti, cani pulciosi, tetti di lamiera, bugigattoli che vendono di tutto, foglie di coca a seccare lungo la strada, per uso locale dice Michel, c’è un gufo in alto su un albero, senza zoom non lo si vede, ma Hubert il cuoco sì, lo ha visto per primo.

Atalaya, ultimo villaggio raggiungibile in macchina, da qui in avanti la vera Amazzonia.

Finalmente in barca sul Rio Madre de Dios, due ore fino al Pantiacolla Lodge, al timone Alvaro, capitano pacioccoso, il marinero è Rambo, piedi nudi e sguardo un po’ spiritato, Hubert traffica in fondo tra sacchi, zaini e taniche d’acqua e benzina.

Si è aggregato a noi tre Jorge Cardenas, sulla settantina, è stato guardiaparco, ha cooperato negli anni 70 con i primi scienziati tedeschi che hanno studiato il caimano nero, può arrivare a sei metri dice, si fermerà tutta la stagione da solo al Sachavaca Camp nella foresta lungo il Manu, paura? No, perché?

Dopo cena al Pantiacolla Lodge

Mai sentito parlare di Paititi, la città perduta degli Incas? Sta nella foresta sui monti di Pantiacolla, è sicuro, dice Michel la nostra guida, la stanno cercando da cinquecento anni e prima o poi la troveranno, anzi in tanti l’hanno già trovata.

Un francese cinque anni fa ha sorvolato le montagne in elicottero e ha fotografato delle piramidi nascoste dalla foresta, di sicuro era Paititi, purtroppo non è potuto atterrare perché non c’era spazio tra gli alberi e nessuno ha ancora visto le foto, ma prima o poi ci tornerà…

Una spedizione di non so bene chi, continua a raccontare Michel, ha trovato delle costruzioni vicino a una cascata nel cuore dei monti e c’erano anche degli uomini in tunica bianca che sono scomparsi dietro la cascata, han preso le coordinate ma lì quando qualcuno ci è tornato non ha trovato nemmeno la cascata, eppure c’era… Darwin, una guida che Michel conosce, ha fatto un paio di spedizioni con alcuni suoi amici su per le montagne – sono tornati morti di fame – ride Michel, ma han detto di aver trovato dei reperti, cosa e dove però non l’hanno mai specificato, vogliono tornarci…

Di sicuro ci sono le incisioni rupestri di Pusharo, una parete di roccia lungo un torrente sperduto tra le montagne del parco e anche delle costruzioni trovate dalla Hunt Oil, compagnia texana in cui ha interessi anche la famiglia Bush, durante le prospezioni per la ricerca del petrolio lungo il Madre de Dios, ma non se ne sa di più, anche loro vogliono tornarci…

Ma che Paititi esista e sia tra i monti di Pantiacolla ne sono sicuri gli indios Matsigenka che nel parco e tra quei monti ci vivono da sempre e Alvaro, il figlio di uno dei loro capi e nostro barcaiolo sul Madre de Dios, assicura che Paititi esiste ma non si può vedere perché sta in un’altra dimensione…

E tutto questo davanti a un bicchiere di Inka Cola, non di whisky.

E domani sveglia all’alba, in barca dentro al Manu finalmente.

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