Gente del Rio Manu. Trovate il post alla prima parte del racconto sul Parque del Manu – Amazzonia Peruviana qui.

Dal Pantiacolla Lodge al Sachavaca Camp – 6 ore di barca

Partenza alle 5:15, niente colazione, si farà in barca.

Il Madre de Dios è in piena, nell’aria un odore dolciastro, è l’odore della foresta dice Michel, la nostra guida, un’ora di discesa sballottati da rapide tumultuose, spruzzi d’acqua sul viso e sulla macchina fotografica, poi all’improvviso, sulla riva sinistra del fiume di fronte al posto di controllo di Nomole, indios seduti su una spiaggia sassosa, qualcuno ha una maglietta, i bambini sono nudi, una decina, fanno gesti, vogliono qualcosa, non accostiamo – non fotografateli,  non sono animali – dice Michel – stasera ne parliamo!

Ed eccolo il Manu, affluente di sinistra del Madre de Dios, anche lui in piena ma una piena cupa di mulinelli e gorghi fangosi come un Po incattivito, la senti la fatica del motore a risalire la corrente? Voli di uccelli da una riva all’altra, ogni volta Michel ci dice il nome, aninga, sterne, marabù, hoatzin in una lanca, aironi cocoi, oche dell’Orinoco, un jabirù dal gozzo rosso cammina impettito sulla riva fangosa, un tucano dal becco giallo e nero ci osserva immobile da un albero, quattro capibara si nascondono tra le canne, tartarughe a riscaldarsi al sole, caimani solo due, su una spiaggia sabbiosa, troppa acqua dice Michel, colazione e pranzo in barca, arrivati indolenziti al Sachavaca Camp dopo la una.

Mezz’ora per riprendere fiato poi altri dieci minuti di barca per far visita al lodge dei Matsigenka, Rambo, il marinero, ha il suo bel daffare con la pertica per staccare la barca dal fango della riva.

I Matsigenka sono gli indios del Manu, gestiscono un lodge, quattro capanne, da soli, stanno costruendo un bungalow più grande, comprato borsetta e braccialetto, odorano di foresta, 50 SOL, uno degli indios è quello ritratto sul National Geographic di Giugno 2016 (Alain Nonchopopo Chogotaro Asuso) non ha arco e frecce come nella foto del National ma un più prosaico martello.

Ritorno dai Matsigenka al Sachavaca a piedi nella foresta, buia, inquietante, su una traccia che solo Michel vede, non restare indietro, il silenzio fa paura, sarà la stanchezza? O saranno le orme fresche di giaguaro che Michel ha trovato sul fango del sentiero?

Il camping è molto rustico, capanne di legno fradicio col tetto di paglia e teli di plastica, meglio il lodge dei Matisgenka, niente elettricità né acqua calda, solo lampade da campeggio e candele, per lavarsi acqua pompata dal fiume, se fai la doccia esci fresco ma pieno di terra.

Sera al Sachavaca Camp

Ed eccoci qua, dopo sei lunghe ore di barca e una camminata nella penombra inquietante della foresta, nel bungalow di legno che fa da sala pranzo, c’è solo una lanterna da campeggio, ci si vede poco ma siamo tutt’orecchi.

La storia è cominciata qualche anno fa con le tre Marie – comincia Michel – le han chiamate così perché nessuno sapeva il loro nome, sono uscite dalla foresta sulla riva del Manu di fronte al posto di controllo di Pakitza, tre donne non si sa bene di che gruppo, probabilmente Mashco-Piro, perché qualche parola della loro lingua era comprensibile dai Mashco qualche altra dai Piro – un momento Michel, non capisco niente, ma quante tribù ci sono nel Manu? I Mashco e i Piro sono indigeni ormai “civilizzati” che vivono attorno al Madre de Dios, poi nel Manu vero e proprio vivono i Matsigenka che sono però in contatto col mondo esterno, quelli che abbiamo visto oggi, è importante far loro visita, è la loro foresta, e poi ci sono altri gruppi “uncontacted” tra cui i Mashco-Piro che ormai da alcuni anni si appostano lungo il Madre de Dios sul lato del Manu, quelli di stamattina – a far che? – cercano cibo, vestiti, coltelli ma il governo non vuole che vengano contattati – e nessuno li aiuta? – solo alcuni funzionari del governo lo possono fare.

Cercare di contattarli è anche pericoloso, qualche anno fa hanno ucciso un ragazzo dei Piro con una freccia e il padre di questo ragazzo è andato a vendicarsi con un fucile e non si sa bene cosa sia successo, hanno anche ferito un guardiaparco con un’altra freccia e poi hanno rubato pentole e attrezzi da un lodge nel parco che adesso è stato chiuso per sicurezza – ma perché non attraversano il fiume? – non sanno nuotare, hanno anche provato a fare una catena umana ma il fiume è troppo largo e profondo, non sanno neanche accendere il fuoco secondo i Matsigenka, usano i tizzoni degli incendi – ma quanti sono? – non si sa, qualche decina, un centinaio al massimo – ma, scusa Michel, se vengono sulla riva del fiume è perché vogliono essere aiutati, non credi? – probabilmente sì e probabilmente stanno scappando dai trafficanti di droga e dai boscaioli illegali che si rifugiano nella foresta ma il governo proibisce il contatto per evitare di trasmettere malattie mortali come una semplice influenza – e le tre Marie? – sono state adottate dai Matsigenka e sono tornate con loro nella foresta.

Il Parque Nacional del Manu, per noi una natura incredibile ma per loro, gli ultimi “uncontacted peoples”, cos’è? Una casa dove vivere o un posto da cui fuggire? Opinioni diverse, interessi contrastanti, vite a rischio, decisioni difficili.

Di notte nel bagno in fondo al sentiero alla luce del cellulare un geco verde lungo trenta centimetri e rumore di frasche rotte tra gli alberi intorno, meglio non indagare, ritorno veloce nel buio alla capanna col cuore in gola.

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