Prologo..

Se “tùu is megli che uàn” come diceva il celebre spot, allora “mès is megli che nient” e così abbiamo deciso, appena finito il lockdown, di fare metà del percorso descritto in “Italia Coast to coast” partendo da Orvieto  per arrivare all’Argentario, a piedi ovviamente.

* Italia Coast to Coast , dall’Adriatico al Tirreno – Simone Frignani – Terre di Mezzo Editore

Orvieto

Il Duomo è qui a due passi dall’hotel è ovvio che lo vediamo, il pozzo di San Patrizio è più lontano ma è un must per i turisti come è un must lamentarsi per la risalita, ma se la discesa è tanta la salita lo è di più, è un inspiegabile dato di fatto che abbiamo imparato in questo trekking.  

Io però voglio vedere anche le famose tombe etrusche, dove sono? Ecco il cartello, bisogna seguire l’Anello della rupe, ma la necropoli del Crocifisso è troppo in basso e fa caldo, le chiesette nella roccia sono chiuse e si suda, sotto gli strapiombi della rupe ci si scioglie come un gelato al sole, come inizio non è male.

A cena niente Orvieto classico DOC, solo birra, sotto la mascherina si intuisce lo sguardo di compassione della cameriera.

Duomo di Orvieto
Pozzo di San Patrizio

Bolsena

Com’erano le strade etrusche? diritte, anche quelle in salita? sì, allora questa è una strada etrusca. In realtà la Selciata del Tamburino pare fosse una diramazione della Cassia ma l’effetto è lo stesso, fiatone e sudore già alle otto di mattina.

Dopo il Sasso Tagliato il percorso prosegue tra forre ombrose, poche, e assolate distese di grano, tante, a proposito, avete provato a entrare in un campo di grano maturo per fotografare i fiordalisi che da noi non ci sono più con le scarpe di tela? Ecco, quando uscite sembra di avere ai piedi due porcospini tante sono le spighette pungenti infilate in ogni dove, non solo nelle scarpe per la verità, un quarto d’ora per toglierle.

Sasso tagliato

Nel primo pomeriggio, finalmente, il luccichio del lago e la discesa ripida fino alla Basilica di Santa Cristina, quella del miracolo di Bolsena, sì ma l’albergo dov’è? più giù, in fondo al viale alberato, ma che belli questi platani, enormi, e le ortensie? bellissime, certo che potevi evitare di chiedere alla ragazza della reception se potevamo stendere mutande e magliette sul prato della piscina, ha fatto una faccia…

Verso sera visita a Volsinii Novi, da solo, mio fratello si è fermato a chiacchierare con la custode, una signora longobarda come noi, sì, più o meno discendenti dei barbari che hanno distrutto la città romana, però han fatto un bel lavoro, è rimasto ben poco.

Prima di andarcene la fatidica domanda: ma che ci andate a fare a Onano? A mangiare le lenticchie.

Basilica di Santa Cristina

Onano

Finalmente, lungo quella che il libro indica come “splendida sterrata in lievi saliscendi”, che vuol dire polvere bianca luce fastidiosa e salite più lunghe delle discese, c’è il primo, e sarà anche l’ultimo, alberello di prugnette gialle, quelle raccolte ci basteranno per tre giorni.

Stiamo facendo un tratto della Via Francigena al contrario, lo capiamo alla terza coppia femminile che incontriamo, sono tedesche, non sono sudate, per forza loro scendono.

Un bar per una birra a San Lorenzo Nuovo lo troviamo, la necropoli di Pianezze a Grotte di Castro no, però non l’abbiamo cercata bene come il bar.

Poi comincia l’odissea pomeridiana lungo la “deliziosa stradina in saliscendi” che attraversa campi di grano ardenti come fornaci e resort accucciati nell’ombra di vallecole improvvise come quello di Santa Cristina, e la temperatura non si schioda dai 36 gradi.

Onano

A Onano, appena ripreso conoscenza, abbiamo due necessità, un bar dove vedere l’Inter e un ristorante dove mangiare le famose lenticchie del paese. Il bar c’è ma senza TV, però ci sono le freccette, e il ristorante? non c’è nessun ristorante a Onano, solo una pizzeria, e le lenticchie? Se me lo dicevate ve le facevo preparare da mia moglie ci dice il nostro ospite, se me lo dicevate…

Palazzo Madama, Onano

Sorano

Camminata tranquilla tra campi di lenticchie quasi mature, almeno le abbiamo viste, prati di erba medica, filari di pomodori, piane di ortaggi, sulla strada un tasso ucciso da un automobilista, lungo un viottolo spine di istrice, su un sentiero un lupacchiotto che si butta nella macchia, una volpe non era di sicuro, in cielo un grosso rapace, una poiana? A San Quirico sosta rinfrescante.

All’esterno del bar ci confrontiamo con due comparse di un film di Pieraccioni, noi testa lucida magliette attillate da runner e scarpe da trekking, loro capigliatura da eremiti camicia a quadri stazzonata e sandali di cuoio, noi seduti a un tavolo con due lattine di coca-cola, loro in piedi i bicchieri di bianco appoggiati a una botte, questa tutta la conversazione: Vitozza? Di là.

Discesa al Lente

Vitozza, la città perduta, è oggi una serie di grotte scavate nel tufo uguali a quelle delle gravine di Puglia e costruzioni diroccate, le solite cose direbbe mia moglie, passaggio veloce e giù verso le sorgenti del Lente seguendo il segnavia coi due guerrieri etruschi, si scende e si scende per un sentiero stretto e scivoloso, so già come va a finire, per ogni metro in giù ne dovremo fare due in su. L’acqua è fresca, la camminata all’ombra del bosco è piacevole, i cartelli informativi numerosi, nel fiume ci sono gamberi, la trota fario, aironi e tritoni, c’era anche la lontra, wow.

Sorano è ovviamente in cima a un dirupo, lo sapevamo, e la rocca Orsini dove abbiamo prenotato è in cima al paese, lo temevamo, le due ragazze della reception sono belle e gentili ma la camera è in cima alla torre, non ce l’aspettavamo, però bel panorama.

A cena in piazza un turbinio di rondini, breve consulto in internet e stabiliamo che in paese fanno il nido i balestrucci, in alto, di fianco alla nostra torre, sfrecciano i rondoni.

Sorano e la Rocca Orsini

Pitigliano

Giù in basso, dal ponte sul fiume Lente, Sorano non è male lassù in cima ma bisogna muoversi, c’è la Via Cava di San Rocco da fare, cos’è una via cava? Una stradina un viottolo un sentiero, dipende, scavato nel tufo più di due millenni fa dagli Etruschi, un taglio profondo, muschi verdi sulle pareti verticali, fondo solcato dai segni delle ruote antiche, gli alberi in alto fanno ombra, dietro quella curva c’è il lupo di San Francesco o l’ultimo dei briganti della Maremma? Non resta che salire per vedere, sì, sempre in salita ci capitano le vie cave, un altro inspiegabile dato di fatto di questo trekking. Poi su e giù per le colline, i famosi saliscendi, fino ai vigneti Antinori, troppo precisi, Sovana è lì a un passo, si vede il campanile sopra i filari, ma il sentiero prende a destra e scende, ma era proprio lì!?

Sovana

Al Parco archeologico Città del tufo per la prima volta qualche visitatore, pochi, sarà per colpa del cartello Vietati gli assembramenti.

La Via Cava di San Sebastiano vale la fatica, un canale tra altissime pareti ricoperte da muschi, ma quanto è profondo? Sorrido tra me e me mentre vedo file di omini, gli Etruschi, che camminano in questi toboga come tante formichine, sarà la stanchezza?

Via cava di San Sebastiano

A Sovana sosta per birra, gelato e foto al ciborio della Chiesa di S. Maria, mia figlia conferma via WhatsApp che è proprio bello.

Da Sovana a Pitigliano i ricordi della strada evaporano in una bolla di calore, poi, alla base del paese, sta sempre in cima, ormai lo sapete, c’è la Via Cava Poggio Cani, mai nome fu più azzeccato. La tappa più dura. Il Museo Ebraico è chiuso, la trattoria che abbiamo scelto è aperta, pappardelle al ragù di cinghiale. La cena più buona.

Pitigliano

Manciano

Per uscire da Pitigliano Via Cava Poggio Cani, sicuro che è questa? Chiede mio fratello, ieri non era così, poi Via Cava di Fratenuti, l’ultima via cava, in salita ovviamente. Fuori, sulle strade deserte dell’altipiano, si sentono solo i latrati dei cani da guardiania, quelli bianchi stampati sui cartelli che suggeriscono “non correre” (tanto loro son più veloci) e avvertono “stai lontano dalle pecore”, e dai cavalli ha aggiunto a pennarello un sopravvissuto. Scendi scendi siamo al Fiora, strada bianca, campo di stoppie, gregge al pascolo, due cani arrivano di corsa abbaiando e digrignando i denti, noi fermi come suggerito ma se non interviene il pastore urlando non so come finiva, ma non dovevano solo abbaiare? Sì ma non sono pastori maremmani, sono neri, evidentemente non conoscono il regolamento dei cani da guardiania.

Fiume Fiora

Sosta sul ponte del Fiora, fiume fotogenico, rive boscose, ghiaie bianche, acque limpide, si vedono addirittura banchi di pesci, peccato che le lontre siano scomparse ormai tanti anni fa. “Sterrata in costante salita in mezzo a uno splendido bosco” cita il nostro bigino, confermiamo la salita ma se guardi solo per terra il bosco non lo vedi, comunque le tombe etrusche ci sono a Poggio Buco ma il vento che precede nuvoloni neri ci fa accelerare il passo, non lo credevamo possibile.

Dalle mura del Cassero di Manciano si vede luccicare una striscia di mare e non è un miraggio perché la montagna che si vede è l’Argentario, ci conferma l’oste della trattoria a cena, e quella dietro è l’isola del Giglio, ormai è tutta discesa dice lui, mentendo sapendo di mentire. Complimenti! Ci dicono i quattro ragazzotti vicini di tavolo che hanno seguito la conversazione, bikers? No automobilisti, ammettono un po’ vergognosi, piccole soddisfazioni.

Castello di Manciano

Capalbio

Appena fuori Manciano c’è un cartello Capalbio 6h 30’ – 21,5 km, che sarà mai. Strade bianche, caldo accettabile, viottoli in ombra, a sinistra il Lago Scuro che in realtà è di un blu cielo e poi “splendida sterrata ombreggiata da querce maestose” e qui, non chiedetemi perché, ci sarà qualche sinapsi difettosa, mi sembra di essere piombato in una telenovela sudamericana, il lungo viale bianco, gli alberi polverosi, i cavalli dietro le stanghe di legno, in fondo ci deve essere l’estancia, manca solo una vaquera col cappello da cowboy.

Campi di grano verso Capalbio

Campi di grano ormai brulli, mio fratello assorto appoggiato a un rotolone di paglia, a cosa pensi? Quelli che facevano le macchine per raccogliere la paglia in balle rettangolari sono sicuramente falliti, adesso sono tutte cilindriche… lui sì che è un vero milanese. Sosta come due poveri pellegrini nel fosso ai lati della strada asfaltata che non finisce più, si ferma una macchina, sono i quattro ragazzotti della trattoria di ieri sera, come va? Buona camminata, noi andiamo al mare, anche loro si prendono delle piccole soddisfazioni.

E poi un drittone di asfalto bollente sotto il sole implacabile e una scorciatoia su una stradina bianca in continui sali(scendi), se non era per la birra offertaci dalla nostra ospite appena arrivati non saremmo qui a raccontarla. Foto del tramonto sul mare dalle mura della rocca, nelle stradine è tutto un ancheggiare di off shoulder in pizzo e uno svolazzare di chemisier gipsy e bohemien, ditelo, non vi aspettavate da parte mia tanta cultura modaiola!

Torre della Rocca di Capalbio

Orbetello

Ultima fatica, ok, tutta discesa e pianura, ok, ma sono 30 km, mica si scherza. Strada bianca, strada asfaltata, i campi di girasole punteggiati dall’azzurro dei fiori di insalata selvatica sono una gioia per gli occhi e i fichi bianchi di un albero pietoso una delizia per la bocca, ma dura poco, c’è un rettilineo infinito che taglia distese di grano chino sotto il peso del sole, stoppie gialle riarse dalla sete, zolle nere di terra generosa, la collina in fondo al rettilineo è velata dalla calura, che vogliono questi uccellacci in cielo? Sono avvoltoi?

Ultima salita (illusi) per passare l’Aurelia, mio fratello sorridente di fianco al cartello Mare, allora è vero, siamo arrivati, ma il GPS dice che abbiamo fatto solo 17 km, e gli altri? Torre della Tagliata, la casa dove Puccini ha composto la Turandot, ci fa piacere, ma non c’è un lungomare per arrivare al Tombolo di Feniglia? Dobbiamo per forza salire in Ansedonia?

Pineta della Feniglia

Pineta del Tombolo di Feniglia, lunghezza 6 km. Varco 2, facciamo il bagno? No, più avanti, ci sarà di sicuro meno gente. Varco 3, qui? No, più avanti la strada si avvicina di più alla spiaggia. Varco 4? No, più avanti magari c’è un bar sulla spiaggia. Varco 5, ok, ancora un po’ e finivamo a Porto Ercole. In acqua con gli zaini in spalla, una signora ci osserva incuriosita, le ragazze in bikini manco ci vedono. Ma è una soddisfazione. Tutto il resto è noia.

Spiaggia della Feniglia

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