Wat Phu, le Cascate del Mekong e le isole del Laos

Tutto mi sarei aspettato ma non di trovarmi una Lamborghini Aventador gialla a Champasak. E’ uno molto ricco, commenta Nam, la nostra guida, ha anche una targa contenente tre volte il numero nove, il numero della fortuna e per avere una targa così devi spendere tanti soldi – ho anch’io un nove sulla targa della mia macchina – quanto hai pagato?

Champasak

Champasak è una cittadina nel sud del Laos, sul Mekong, vicina al famoso Wat Phu, la nostra prima meta.

Il tempio e tutta l’area circostante dove ci sono i resti di un paio di città khmer sono un sito UNESCO e al suo riconoscimento ha lavorato anche una missione archeologica italiana, ci spiega Nam parlandone con rispetto, dopo la Lamborghini ancora Italia, wow, in un posto sperduto che nemmeno noi sappiamo bene dov’è.

il tempio di Champasak

Partenza dal piccolo museo – prendiamo il tuktuk? – no, è là – e così iniziamo a sudare già sul sentiero che corre tra i due stagni alla base della salita – salita? – sbianca mia moglie – ma no è poca, ormai siamo sul viale con le colonnine come ai templi ad Angkor.

I due edifici in fondo sono senza dubbio khmer, porte cieche, architravi e frontoni decorati, naga sugli spigoli, colonnine tornite a difesa delle finestre – questa pietra scura é di origine vulcanica – spiega Nam toccando il muro – no, veramente è laterite, non è vulcanica, e quella lavorata è arenaria – discussione, lui non è convinto – ma non potevi startene zitto? – non ci riesco – meno male che inizia la salita.

Due grandi statue morte nell’erba – erano i guardiani del tempio – dice Nam e mi guarda di sbieco, ok, ok, gradini alti e dissestati, alberi nodosi ai lati, rampe verticali, gambe pesanti e fiato corto, ma in cima ti giri e ti si apre il respiro, un quadro: i prati lungo il pendio sono pennellate verde tenero, gli alberi sono grumi verde cupo, linee scure le mura diroccate giù in basso, gli stagni due specchi e poi il patchwork verde vivace delle risaie punteggiate da alberi giù fino alla striscia luccicante del Mekong, a chiudere una linea di colline velate d’azzurro e un grande cielo carico di pioggia.

Champasak in Laos
Champasak in Laos

Il tempio vero e proprio è piccolo, licheni grigi sulle pietre nere e felci delicate tra i blocchi sconnessi, guardiani baffuti sugli stipiti e mute devata rannicchiate nelle pareti, su un’architrave Indra cavalca il suo elefante a tre teste, su un’altra Vishnu vola su Garuda, più hindu di così… ma in fondo tre ragazze inginocchiate pregano una statua di Buddha – è un antichissimo luogo di culto – commenta Nam – prima animista, poi hindu, adesso buddista.

Foto e giro rilassato tra le rovine, poi – comincio a scendere, mi fa lei, sono alti i gradini – ok arrivo – corsa alla grotta dietro al tempio e foto alla canaletta della sorgente sacra, corsa alla roccia dell’elefante e foto all’abbozzo della testa del pachiderma, corsa di ritorno al tempio e foto all’intelaiatura di una finestra di pietra come la cornice di un quadro che si apre sul nulla, corsa alla gradinata e  foto al panorama, troppo bello – ok arrivo.  

Champasak in Laos

L’isola di Don Khong

Pomeriggio a Don Khong, la più grande delle quattromila isole formate dal Mekong e nostra base per visitare domani le cascate.

Prendo una bici e vado a fare un giro – guarda che va sempre a piovere di pomeriggio – ma io son già uscito.

La strada sterrata attraversa tutta l’isola, fotografato in sequenza: oche e anatre zampettanti in mezzo alla strada, un bufalo sbracato in una pozza gialla, capanne su palafitte di legno in mezzo a risaie verdissime, a destra colline coperte dalla foresta compatta, il cielo è sempre più scuro, un contadino sorridente tira il suo bufalo per le narici, tre bambine con una rete setacciano le buche piene d’acqua ai lati della strada e tirano su pesciolini, incredibile come possano vivere in una spanna d’acqua, un pescatore con la maglia di Ronaldo, quello brasiliano, lancia una rete nello stagno di fianco a casa poi si butta per recuperarla, le donne alla finestra ridono, il cielo promette diluvio, la ruota davanti si sgonfia di colpo, ho bucato, adesso rido io. Alla fine ho preso acqua in quantità normale in periodo di monsoni.

L'isola di Don Khong
L'isola di Don Khong una strada

Cena in un locale con due gatti sotto il tavolo, dieci gechi sul soffitto e milioni di moscerini intorno, il proprietario comprensivo spegne la luce sopra di noi per allontanarne un po’, suo figlio vede cartoni animati tailandesi alla TV, noi non vediamo più cosa stiamo mangiando.

Le cascate del Mekong

Al mattino sul presto in barca verso le cascate del Mekong.

Dopo dieci minuti il grande fiume si divide in un intrico di canali che si riallacciano e di nuovo si perdono tra isole e isolette, le rare barche a motore filano veloci con la punta aguzza come dei pescespada a fior d’acqua, dopo mezz’ora persi nel labirinto dei canali accostiamo, Nam vuole farci vedere la vita di un villaggio.

cascate del Mekong.

Ed eccola la vita, galline che rovistano nei mucchi di pula, galli che camminano impettiti, maialini legati alla catena e cani liberi di gironzolare, sotto le palafitte delle case allineate lungo l’argine neonati addormentati nelle amache e mamme sorridenti che lavano, puliscono, preparano, insomma gestiscono la casa, i vecchi osservano silenziosi e i bambini sono un po’ davanti alla TV accesa di un chiosco e gli altri nello spiazzo di una scuola, i maschietti giocano a biglie, le femminucce li guardano ma soprattutto guardano noi e ci salutano allegre – gli uomini? – a vendere il pescato o a bighellonare in qualche bar.

Sotto una tettoia un centinaio di fusti di vernice – aspettate, vi faccio vedere – e chiama una signora che sorridente ne apre uno, la tanica è piena di pesce a fermentare, basta guardare la faccia di mia moglie, una puzza incredibile – stanno preparando il padek, una salsa molto usata nella cucina laotiana – forse era meglio non saperlo.

donne alle cascate del Mekong.
bambini alle cascate del Mekong.
donne alle cascate del Mekong.

Don Khon

A Don Khon (senza la g finale) c’è una locomotiva arrugginita dei primi del Novecento che farebbe la gioia di tanti “trenomani” – è dei Francesi – spiega Nam – doveva servire a superare le cascate perché in nave non era possibile – neanche con la ferrovia sembra, visti i risultati. Dobbiamo salire lì? – chiede mia moglie preoccupata e per lì intende una specie di sidecar con seggiolino e promo Beerlao – no problem – in due sul seggiolino, si parte, Nam aggrappato dietro in piedi a controbilanciare le curve.

Le cascate del Mekong

Somphamit Waterfalls

Biglietto, cartello informazioni, Somphamit Waterfalls (Li Phi), sentiero, rombo cupo lontano, passerelle su canali d’acqua corrente, il fragore impedisce di parlare, piattaforma di legno, ed eccole le cascate, dire che restiamo basiti è poco: una enorme massa d’acqua fangosa e pesante si butta con furia sui massi neri che resistono ingobbiti, la terra vibra sotto i piedi, l’acqua irrompe da tutto il fronte tra rocce e isolotti alberati e si rovescia in salti schiumosi, spumeggia in rapide assassine, si ferma in gorghi ipnotici, un caos primordiale.  

E quelle passerelle di legno? – sono dei pescatori, lavorano di notte e di prima mattina – e come fanno ad andare su quelle rocce dove ci sono altri steccati? – passano appesi alle funi che vedete – rischiano la vita e non sono trapezisti.

Somphamit Waterfalls

Le cascate Khone Phapheng

Di nuovo sidecar Beerlao e di nuovo in barca per canali nascosti e slarghi d’acqua gialla – dove stiamo andando? – chiede mia moglie – alle cascate – ma quante ce ne sono?

Il business turistico delle cascate Khone Phapheng, un chilometro di larghezza, le più grandi del sudest asiatico, è in mano a una compagnia tailandese e si vede subito: trasporto dal parcheggio su un trenino, ristorante con vista sulle cascate, un centinaio di studenti tailandesi impegnati in tutti i possibili selfie.

Qualche decina di metri più in là e le cascate sono tutte nostre, a destra un canalone dove l’acqua rimbomba con una forza spaventosa, di fronte, più lontana, una enorme caldera dove l’acqua ribolle e fuma, migliaia di libellule immobili nell’aria sopra la fiumana marrone ci guardano e chiedono – perché siete qui? – volevamo vedere.

Il Mekong continua a ruggire indifferente alla nostra presenza.