Il nostro viaggio si è svolto tra Vientiane e Luang Prabang, ma soprattutto oltre, navigando lungo il fiume Nam Ou e raggiungendo villaggi remoti partendo da Luang Prabang, oltre Muang Ngoy.
Con il driver (del quale ho parlato nel mio post Viaggio in Laos fai da te: quando andare, costi, visti e come muoversi) abbiamo concordato un itinerario che includesse località più remote, e lui stesso ci ha confidato che da prima del Covid non tornava in quei villaggi, perché la maggior parte dei viaggiatori si ferma tra Vientiane, Vang Vieng e Luang Prabang.
Certo, Vang Vieng con la sua natura, Luang Prabang con i suoi templi e la sua eleganza coloniale, Vientiane con i suoi luoghi di culto, sono tappe importanti. Ma ciò che ha reso davvero speciale il mio viaggio in Laos sono state le strade polverose, dissestate, i villaggi lungo il fiume, le persone sedute sui porticati a guardare il mondo passare.
Strade, fiumi e vita quotidiana lungo il Nam Ou
Lungo le strade del nord del Laos la vita scorre tutta all’aperto, con case dai porticati ampi che sembrano vetrine, dove la vita si svolge, forse simile, tutti i giorni. La gente lì seduta, guarda la strada ed i camion passare mentre cucina, spazza, stende fra la polvere che rende tutto opaco; le piante non sono più verdi a causa della polvere. Al ciglio della strada si cammina, si cucina, si va a scuola, si vende merce.
E poi i fiumi navigabili, i memoriali di guerra, le grotte dove le popolazioni si rifugiavano per proteggersi dalle bombe della guerra segreta degli USA, che solo con le sue mine, al termine dei massicci bombardamenti ha reso inabili migliaia di persone e ucciso 20mila civili. I tramonti, il loro colore ambra avvolge ciò che circonda e rende simile ad un set di un film di tanti anni fa.
I villaggi lungo il Nam Ou: oltre Muang Ngoy
Navigando il fiume Ou abbiamo raggiunto villaggi come:
- Sop Kong
- Sopchem
- Muang Ngoi Neua
- Huay Bo
- Ban Na
Mentre percorrevo quelle strade di terra e d’acqua, che mi portavano appunto ai villaggi più remoti Sop Kong, Sopchem, Meuang Ngoi Neua, Huay Bo, Ban Na, ho avuto la sensazione che ciò che cercavo in quel viaggio l’avessi trovato ed era il senso dei NON che avevo dato a questo progetto.
Dopo anni trascorsi sia nella vita quotidiana che nei momenti turistici, dentro la dimensione SI, del sempre è possibile e quasi scontato, dell’occidente e dell’uomo che misura la vita attraverso i suoi bisogni, e l’agilità nel reperire beni materiali attraverso i soldi, sentivo il bisogno di un viaggio che mi portasse in una dimensione dove percepire un senso di differenza, di lontananza da ciò che qui è ovvio.
Per vivere quella sensazione di stacco il mio primo viaggio post covid lo volevo in Asia, un continente che mi aiuta a riflettere e ricollocarmi. Volevo un paese NON troppo turistico, perché il turismo può falsare, trasformare ed annullare. Un viaggio dove poter scorgere ancora la gente nel suo mondo, per quanto possibile, non ancora contaminata troppo dagli usi e costumi dell’ occidente.

Un paese che vive ancora nella dimensione del “non”
Il Laos non possiede il mare e questo lo salva dal turismo di massa; è un Paese sotto una dittatura comunista, stretto tra confini importanti dove l’ovest accede facilmente.
Nel corso del viaggio, più volte, ho avuto la conferma che questo paese fosse ancora preservato in un salvifico NON: ad esempio, camminando e scrutando con un certo ribrezzo ogni forma di animale pronto per essere cucinato nei mercati senza che i locali sentissero il bisogno di dover celare alcuna forma di crudeltà e mancanza di igiene.
Visitando una scuola, in un lontano villaggio rurale, accolta in modo semplice e naturale; leggendo un cartello appeso in un edificio che funge da “municipio”, dove il governo spiega le corrette pratiche per lo svezzamento alle giovani donne del villaggio (una sorta di pubblicità progresso a tutela sociale).
Camminando nei mercati e nelle strade senza che nessuno mi fermasse per chiedermi soldi o farmi comprare. Ritrovando nella mia mano, con una certa sorpresa, un piccolo sasso messo da un bambino che forse, notando il mio essere diversa, voleva offrirmi “la sua zuppa di sasso” cucinata, nel suo mondo simbolico, giocando per strada con ciò che trovava,
In tutte queste occasioni ero dentro alla dimensione del NON.

Un festival Hmong e l’idea di un altro mondo possibile
Quando grazie a Tot, che mi ha portato, ho trascorso un’oretta in un festival della minoranza etnica Mong (o Hmong) in abiti tipici, guardando una sorta di concorso di giovani ragazze che si presentavano ad un pubblico ampio su un palcoscenico all’aperto, le coppie che per conoscersi giocavano a palla rilanciata, socializzando tra un lancio e l’altro, ho provato la sensazione di essere in un luogo NON.
Un luogo NON rappresenta per chi lo cerca l’idea che un altro mondo c’è ed è una possibilità che dovremmo tutti tutelare; un mondo che il turismo non induca a cambiare, in favore di una moneta apprezzata ed una presunta superiorità culturale dominante. Un luogo NON piuttosto vive come sa fare ciò che fa, senza cambiare per gli altri, inducendo chi viaggia a riflettere, a mettere da parte i pregiudizi, a ritrovare nel nostro mondo interiore e nella nostra cultura, possibili vicinanze e somiglianze.

Viaggiare senza giudicare
E’ così che, ad esempio, si può accogliere senza giudizio e ribrezzo la soddisfazione gustativa di una signora che, non conosce sicuramente alcuna macelleria nè tanto meno le mode vegetariane e, sul ciglio del suo porticato mangia con gusto lo scoiattolo arrosto che forse lei stessa si è procacciata. Il suo mondo è quello ed è in armonia. Tutta la sua vita è anche in quella immagine e quei sapori: non c’è nulla da cambiare e nessun giudizio o lezione da impartire. E’ un equilibrio.

Il Laos che ho incontrato
Ecco, il Laos che ho incontrato è un paese che ancora sta preservando qualche forma di autenticità e che non ha bisogno, soprattutto nei villaggi, di mostrare che sia profondamente qualcos’altro, in cambio di soldi. Il Laos è un angolo di Asia che può indurre ancora alla riflessione, a chi è predisposto a leggere e provare empatia, in situazioni a sé lontane. Ancora per un pò, forse non ancora per molto.
Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.
