Ero a Juba, capitale della neonata Repubblica del Sudan del Sud. Volevo raggiungere Karthoum, capitale del Sudan. Era la stagione delle piogge. Le strade erano impercorribili. Rimaneva solo un’arteria di comunicazione: il Nilo Bianco.

Il Nilo Bianco nasce dal Lago Vittoria in Uganda, nei pressi di Jinja, ed è insieme al Nilo Bianco il principale tributario del Nilo. Viene usato principalmente per il trasporto di merci, caricate su grosse piattaforme galleggianti trainate da potenti quanto vetuste navi motrici sulle acque paludose del fiume. Durante la stagione delle piogge è anche l’unica via per raggiungere il Sudan e viagggiatori di ogni tipo – soprattutto fuggiaschi provenienti dalla Somalia e dal Darfur – si buttano sulle piattaforme per ricevere un passaggio fino al prossimo porto fluviale. Io all’inizio questo non lo sapevo, perciò quando ho chiesto in giro al porto di Konyo Konyo, a Juba, come potessi fare per prenotare una cabina sulla prossima imbarcazione diretta a nord, ho suscitato solo fragorose risate tra i capitani di vascello che attendono pazientemente il carburante per giorni e giorni sulle rive del fiume. “Prova a passare lunedì, magari sarai fortunato!”

Lunedì sono tornato e sono stato “fortunato”. Una nave diretta a nord era la prossima in lista a doversi rifornire di carburante, e la partenza era prevista da un momento all’altro. Sono corso al mio alloggio, ho raccolto le mie cose, comprato acqua, pane, banane, una confezione di miele, cereali e sigarette al mercato, e mi sono portato sopra una di queste piattaforme cariche di merci. Ho conosciuto subito Asmaron, eritreo, che accompagnava un carico di birre per conto del fratello albergatore. “Italia ed Eritrea… così”, mi ha detto unendo i palmi delle mani per assicurarmi che mi avrebbe preso sotto la sua ala protettiva.

Dopo solo quattro ore di attesa è arrivata la sirena: presto saremmo partiti, ma non prima di caricare a bordo un alto ufficiale dell’esercito di liberazione che si è subito accaparrato l’unica cabina disponibile. La sua scorta si è mescolata ai noi umili viaggiatori senza troppe storie, i fucili automatici raccolti in una pila disordinata vicino alla motrice. Intorno a me c’erano darfuriani in fuga dalla guerra, somali in fuga dalla carestia (alle guerra ormai si erano abituati) e commercianti intenti ad accompagnare i loro carichi.

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Il viaggio proseguiva lento ma costante, la nostra enorme corazzata solcava lenta le acque immutabili del Nilo Bianco circondata da fitta vegetazione tra le cui piante comparivano ogni tanto capanne e i volti curiosi di qualche pescatore. Ho conosciuto Abdu, ricercatore universitario sudanese in viaggio con il fratello verso Karthoum. Mi ha aiutato un po’ con l’arabo e io a lui con l’inglese. Segnavo ogni nuova parola sul mio taccuino, finché un gruppo di ragazzi dall’aria poco amichevole mi ha chiesto “perché scrivi i nomi?”. Non so immaginare cosa susciti nella mente di un ragazzo cresciuto in una cultura tribale pre-alfabeta l’immagine di un occidentale che ogni tanto scribacchia su un foglio di carta, perciò prima di scoprirlo ho messo via penna e taccuino e mi sono concentrato sugli immensi spazi che si aprivano di fronte a noi.

Non avendo luci a disposizione, la navigazione notturna era impossibile, salvo nei casi di luna piena, perciò abbiamo attraccato su una riva disabitata e ci siamo preparati a trascorrere la prima notte sul Nilo. Due donne kenyote hanno preparato del té molto dolce, alcuni si sono ritirati nelle loro tende, e io sono rimasto a chiacchierare con Asmar e il gruppo di somali. Tra essi c’erano Mohammed e sua sorella Deha, Kazim detto Jeri (“una gamba”, l’altra se l’è portata via una mitragliatrice pesante di fabbricazione italiana) e Ahmed. Ahmed non era un profugo, era un professionista dei trasporti. Da giovane guidava i camion carichi di mirah – una pianta i cui effetti sono simili alla cocaina, usata spesso negli eserciti africani – dal Kenya alla Somalia, sotto gli spari di truppe di frontiera e briganti. Ora stava portando delle installazioni per pannelli solari per conto dell’SPLA, l’esercito di liberazione del Sudan del Sud. Di mirah ne aveva parecchia anche stavolta, così quando tutti gli altri si sono addormantati sono rimasto a guardare le stelle, con poco sonno ma molti sogni per la testa, per coprirmi solo il telo impermeabile dello zaino. Per fortuna eravamo sotto vento e non c’erano zanzare.

In simili condizioni il risveglio non poteva che avvenire all’alba. Té caldo per i più fortunati, operazioni di pulizia con l’acqua marrone del Nilo raccolta con un secchiello di plastica legato a una corda, colazione con banane e sigarette per me. Il secondo giorno l’avremmo passato bloccati da un banco di sabbia, con il sole a martoriarci senza neanche il sollievo della brezza data dal movimento. Siamo ripartiti solo al tramonto, sotto una pioggia battente che ha richiamato ogni genere di insetti carnivori.

Il giorno dopo siamo arrivati a Bor – stato di Jonglei, dove le tribù si ammazzano per il possesso di terra e bestiame, circa 160 chilometri da Juba – e le operazioni di carico e scarico merci ne avrebbero avuto fino al giorno dopo, perciò con Ahmed e i miei amici somali abbiamo deciso di trovare un ristorante e prendere qualche camera per la notte. La scelta è finita sul Blue Nile, ottima cucina etiope, camere di latta immerse nel fango, letti comodi e protetti da zanzariere. Io e Ahmed siamo rimasti a raccontarci storie fino alle dieci, quando il coprifuoco imposto dal governo ha fatto spegnere tutte le luci. Un personaggio d’altri tempi: durante uno dei suoi viaggi in camion è stato fermato da un soldato con un M16, ma era sicuro che fosse scarico perché i proiettili di quel calibro sono quasi impossibili da trovare in Africa. Perciò è sceso e ha cominciato a prenderlo a calci finché il soldato non è scappato. Un’altra volta erano in due, e sono stati colpiti dagli spari di alcuni banditi. Solo molte ore più tardi, una volta arrivato a destinazione, si è accorto che il suo compagno era morto.

Il mattino dopo, alle sei, siamo tornati sulla nostra “nave della speranza”, o Somali Village come la chiamava Ahmed. Però c’erano solo i passeggeri, dell’equipaggio neanche l’ombra. “Li hanno portati via i soldati!”, ci ha detto un pescatore, “non volevano pagare, perciò ieri notte sono saliti a bordo e hanno arrestato tutti.”

Leggi la puntata precedente: Juba, capitale della Repubblica del Sudan del Sud.

Vai alla puntata successiva: prosegue la navigazione del Nilo verso Khartoum.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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