La Valle di Fergana: lo sguardo umano dell’Uzbekistan meno turistico

Sebbene sia stata l’ultima tappa del mio viaggio in Uzbekistan, scelgo di iniziare a raccontare il mio tour da questa terra, da ciò che essa è dal punto di vista storico, dalle sue manifatture, le città, dalla gente che ho incontrato e da ciò che mi ha lasciato.

 

Perchè un viaggio in Uzbekistan dovrebbe includere la valle di Fergana?

L’itinerario più classico e gettonato in questa Repubblica indipendente ex URSS dell’Asia centrale, della durata di 7/8 giorni non include generalmente questa tappa. I turisti toccano le mete più classiche: da Kivha a Samarcanda tanto per citarne alcune.

Noi l’abbiamo inclusa perchè la migliore offerta multitratta del volo era su 10 giorni. Da questa occasione è nata l’idea di capire cosa avremmo potuto aggiungere, una tappa magari di meno conosciuta ma che valesse la pena. E’ che abbiamo raggiunto da Tashkent la Valle di Fergana, visitandola e soggiornandovi due notti.

Un po’ di storia

La valle di Fergana è la regione più fertile dell’Asia Centrale; un vero e proprio mosaico di etnie. Storicamente è una zona delle più calde, non meteorologicamente parlando, sia per l’influenza politica che ha esercitato la sua popolazione, sia con le numerose rivolte tentate ai danni dello zar prima e i boloscevichi poi, sia per le forme di estremismo islamico che si sono qui registrate.

Negli anni 90, a seguito di esse, il Presidente ordinò un pesante giro di vite e nel 2005 sfociò nel massacro di Andjion. Karimov chiese una ventina di arresti di uomini di affari locali accusati di essere estremisti islamici. Un gruppo di loro sostenitori assediò la prigione e diede vita ad una manifestazione pacifica ma imponente. Le autorità decisero di rispondere all’iniziativa con le armi e furono uccise un numero imprecisato di persone (si crede circa 1000).

A seguito di questo, l’Uzbekistan è rimasto politicamente ed economicamente isolato e condannato e le relazioni internazionali subirono, per molti anni, un importante condizionamento.

 

Come si raggiunge la valle di Fergana

Chi volesse farlo con mezzi collettivi dovrà informarsi atrraverso le guide più comuni nella sezione trasporrti. Noi abbiamo optato, come scritto nei predenti post, per un viaggio organizzato solo per noi da guida locale che ci ha fornito guida (la sua in lingua italiana), driver, pulmino comodo 9 posti (eravamo in 4) pasti ed alberghi.

Mansur BAZARBAEV Mob: +998977541680 Facebook: Mansur Bazarbaev

Per raggiungere la valle da Tashkent, abbiamo dovuto cambiare pulmino perchè i mezzi di traporto che percorrono la lunga e panoramica strada fino alle città principali, devono possedere una particolare licenza.

Negli anni ci sono stati molti incidenti in quella strada e sebbene non particolarmente accidentata, viene considerata essere una viabilità a rischio.

La strada è molto in pendenza, si attraversa un passo, ci sono diverse zone militari e check point non particolarmente interessati ai turisti. In alcune zone è vietato fare foto e sebbene la valle sia ad oggi tranquilla, consiglio di raggiungerla con gente che conosce come muoversi al fine di evitare di creare situazioni spiacevoli.

Cosa vedere a Fergana

Ciò che c’è da vedere, paesaggisticamente parlando, è in gran parte nel tragitto che dalla capitale conduce fino alle due città principali. La strada è di per sé già un viaggio caratterizzato dall’aridezza della sua terra che muta in campi verdi e coltivati dall’immancabile cotone, frutta e verdura.

Una sosta al passo è di prassi: qui si incontrano famiglie che sostano e che con piacere chiedono di fare una foto con chi ha visitato o visiterà la valle ammirando dall’alto la strada tortuosa circondata da brulle montagne.

Due sono le città che maggiormente possono attrarre il turista: Kokand e Margilon.

Kokand

Porta di ingresso della valle, tappa obbligatoria dopo il lungo viaggio da Tashkent, si presenta con una architettura che non tradisce ciò che si è già visto sino ad ora in Uzbekistan.

L’influenza russa, la razionalità edilizia, grandi palazzi e viali, zone verdi, palazzi storici e madrasse: anche Kokand, come le altre città uzbeke, racconta l’influenza dei poteri che hanno attraversato la sua repubblica.

Il palazzo del Khan, edificato poco prima dell’occupazione russa ha un impatto estetico certamente più forte osservando la sua facciata esposta alla modernità razionale del parco che per ciò che rimane delle poche stanze, adibite oggi a museo regionale.

In questa città si trovano le ultime madrasse che ho visitato, anch’esse laicizzate dalla potente imposizione dettata dai bolscevichi che ancora si ripercuote nei monumenti religiosi uzbeki, anche qui, città tradizionalmente conservatrice dove ho osservato il numero maggiore di donne con il velo di tutto l’Uzbekistan.

Un luogo interessante che abbiamo raggiunto è il cimitero Dakhma-i- Shokhon (tomba dei re): attraversando un quartiere popolare, costeggiato dalle case con i cancelli tipici che non permettono a nessuno di intravedere se chiusi cosa ci sia al di là.

Raggiunto questo luogo abbiamo scoperta quale fosse il suoi aspetto più interessante, che aveva poco a che fare con l’arte o l’architettura. Nei pressi delle tombe, un gruppo di donne, al loro fianco alcune persone in attesa.

Vengo colpita subito dai gesti che le donne compivano; mi viene così spiegato che stanno realizzando dei riti di ispirazione sciamanica: di buon auspicio, propiziatori.

Mi sono sottoposta anche io, in cambio di una piccola offerta ad un rito: pochi minuti in cui la signora recitando con delle parole e dei gesti mi ha sfiorato con della sabbia in una bottiglia evocando, a suo dire, degli spiriti propiziatori per me. Nulla a cui io personalmente creda, ma bello calarsi nell’atmosfera che si coglie in quel posto, fra sacro e profano.


La valle di Fergana è un luogo interessante anche per le sue manifatture: a Kokand in particolare la ceramica.

Abbiamo visitato la Rustam Usmanov, e potuto osservare diverse fasi della lavorazione oltre che acquistare alcuni souvenir ad un prezzo interessante.

Tantissima la scelta ed accoglienti i proprietari che accettano anche euro.

Margilon

Non troppo interessante dal punto di vista artistico, questa città vale la pena per le sue manifatture e la gente che la popola. Un viaggio in Uzbekistan viene sempre sponsorizzato con una frase ricorrente: la via della seta. E’ una verità storica, le rotte della seta passavano attraverso questa parte dell’Asia centrale e qui, in questa città, tale tessuto non è solo una citazione, ma una realtà.

Una visita non può prescidere dalla conoscenza delle sue manifatture tessili, in cui si può assistere alla lavorazione come un tempo: dal baco, all’estrazione dei colori naturali, dal filo alla tessitura manuale della trama di mirtabili tessuti.

E’ possibile osservare l”intero ciclo, in questa fabbrica, in cui tante donne trovano lavoro, passata dalla gestione statale a quella privata con la caduta del comunismo.

In conclusione del giro c’è la possibilità di acquistare dei prodotti tessili, ed in alcuni casi i prezzi possono risultare interessanti. https://www.advantour.com/uzbekistan/margilan/silk-factory.htm

L’aspetto che più forse ho amato è quello antropologico della Valle e in Margilon dove ho colto maggiormente che altrove la cordialità della gente uzbeka. Questa, più di altre zone, è meno esposta al turismo; la gente che la popola ti osserva ancora con curiosità senza nascondere un sorriso che ti accoglie.

La visita al popolare Dekhacan bazar è stata per noi l’occasione per vivere esperienze concrete di incontro con questa gente: unici turisti, ci veniva incontro con la curiosità verso lo straniero, sentimento di accoglienza quanto di più lontano per la maggior parte dell’Italia di oggi.


Il tempo della visita ci ha donato scampoli umani che hanno ancora il sapore di un frutto offerto da commercianti che non volevano essere pagati, del suono delle poche parole condivise mettendo assieme tre lingue differenti, prendendo da tutto ciò che si conosce (canzoni, calcio, politica e frasi fatte) pur di capirci. Ciò che muove questi momenti di incontro, durante i viaggi in luoghi tanto lontani, i gesti recipropci della gente che non si incrocerà mai più, è la voglia di rimanere impressi reciprocamente attraverso piccoli segni, a volte poco più che simbolici.

Un episodio fra tutti quelli che mi ha donato questa Valle, che forse non dimenticherò, anche quando stenterò a ricordare i nomi delle città dei miei viaggi o magari le forme dei monumenti.


Una donna tiene per mano un bambino, li osservo e loro osservano me. Chiedo se posso scattare loro una foto. Lei comprende il mio gesto e annuisce. Scatto, le mostro loro, faccio una carezza al bambino, sussurro un apprezzamento, lei mi sorride. Passano pochi minuti, non più di un paio, e la donna torna indietro: mi riempie la mani con due grosse forme di pane, quel pane uzbeko che in ogni città ha cambiato un po’ forma e dall’ottimo sapore.

Il pane è ancora caldo e questo calore mi avvolge. E’ come se fosse il tepore di quella donna a stringermi idealmente le mani, a darmi il benvenuto, lasciando un tiepido ricordo alla mia sensibilità tattile, oltre che a quella visiva. In quel breve momento, ho immaginato chi lei fosse, come fosse la sua casa, mi sono chiesta quanti anni avesse e cosa lei potesse immaginare della mia vita.

Ancora una volta, un viaggio, e gli occasionali incontri della gente, ci hanno permesso di capire quanto le parole, e la paura dell’altro, possano essere inutili.

L’umanità che mi ha rinnovato questa donna con il suo gesto, è la stessa che stento a vedere in tante azioni che tristemente profilano il nostro paese oggi, nei confronti dello straniero, di chi è “tanti NON”. L’altro è colui che ci crea soggezione perchè nella sua diversità lui, come allora ero io, è relativamente la somma di tanti NON che ci rendono deboli (lui/lei NON sa parlare, NON ha cittadinanza, NON crede nel mio Dio, NON mi capisce, NON so chi io sia etc).

Quella donna ha saputo leggere il nostro incontro senza la categoria del NON; quella donna era libera dalle paure verso chi è NON, e per questo ha saputo riconoscere un mio gesto, accogliere la mia curiosità senza timore, e le è venuto spontaneo offrirmi un dono, libero, unilaterale e gratuito come deve essere, pregno di quell’umanità che a volte cancelliamo.

Il suo sguardo era umano, come il calore che emanava il suo pane e la gratitudine inaspettata che ho provato di riflesso e le ho potuto manifestare, solamente con un sorriso.

Ed ora io mi chiedo: e tutto ciò, nella nostra società, dov’è?

Rispetto alla paura dello straniero invito alla lettura di questo interessante e recente articolo
http://espresso.repubblica.it/visioni/2018/07/18/news/la-parola-straniero-ci-inquieta-perche-e-il-nostro-specchio-1.325003

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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