Già al momento dell’organizzazione del mio viaggio in Uzbekistan, molte persone mi guardavano un po’ attonite e le ultime sillabe del paese nominato evoca loro assonanze con paesi ad oggi sconsigliati come il Pakistan o Afganistan.

In effetti non sbagliavano come vicinanza geografica, ci troviamo appunto in Asia Centrale, ma al contrario dei paesi nominati e tristemente noti per gravi ferite politiche che non permettono loro di essere visitati, l’Uzbekistan è un paese accogliente e raccomandabile, ad oggi, per il turista.

Le strade che collegano le città principali non sono sempre ottime: molte risalgono agli anni della dominazione sovietica e mancano di manutenzione, altre, più recenti, sono state realizzate dai tedeschi, unici patener europei a non imporre l’embargo ai tempi della strage di Fergana 

Realizzare un tour con mezzi propri o con bus locali è anche per questo motivo abbastanza arduo (mancano spesso indicazioni stradali) e mi sento di sconsigliarlo considerando anche i tanti km di deserto rosso (Kyzilkum) che si devono affrontare.

L’opzione migliore è affidarsi ad una guida locale che penserà a tutto compreso il trasporto e gli hotel.

Noi ci siamo affidati a Mansur BAZARBAEV Mob: +998977541680 Vider, WhatsApp, Telegram Facebook: Mansur Bazarbaev, parlante italiano, e non possiamo che affermare che la sua esperienza ci ha condotto alla scoperta di questo affascinante paese senza mai deluderci.

Quali tappe inserire in un viaggio in Uzbekistan?

Dipende ovviamente dai giorni e dai mezzi che si utilizzano per percorrerlo. Leggendo il mio post precedente inerente l’organizzazione di viaggio, capirete che facilmente vi potrebbe servire un volo interno a meno che non compriate, come ho fatto io (e nel post citato spiego come), un volo multi tratta.

I giorni dedicati non possono essere meno di 8.

Noi lo abbiamo visitato in 12 giorni: le percorrenze tra una città ed un’altra a volte impegnative non solo per le strade poco confortevoli, ma anche per il numero di ore trascorse nel mezzo di trasporto.

A maggior ragione un comodo pulmino dedicato solo a voi non è da considerare una opzione errata.

Con un numero maggiori di giorni si può prevedere la visita alle comunità nomadi (rispetto ai paesi limitrofi l’Uzbekistan ha una popolazione storicamente stanziale ma c’è una percentuale di gente ancora nomade) e vivere così una esperienza nelle Yurta, la tenda nomade a contatto con la gente, esperienza a noi nota nel nostro viaggio in Mongolia (nome mongolo Gher)

Il nostro itineriaio ha avuto come tappe principali: Khiva, Bukhara, Shakrisabz, Samarcanda, Taskent, la valle di Fergana: Kokand, Margilan.

Con un numero di giorni inferiori si può decidere di evitare la valle di Fergana e realizzare l’itinerario più turistico e classico, ricco sopratutto di monumenti.

Mi sento però di dire che la valle, forse anche a causa dell’isolamento subito per diversi anni, è una delle zone più autentiche del paese, oltre ad essere paesaggisticamente interessante e ricca di manifatture e mercati.

Il percorso conduce alla conoscenza di un paese storicamente strategico per il commercio sia ai tempi della via della seta, crocevia di culture e religioni le cui testimonianze sono bene evidenti e anche, per volontà dei politici della repubblica autonoma, ottimamente conservati a lustro dei turisti che ancora non troppo copiosi si riversano a scoprirli.

Madrasse e moschee vestono uno stile sfavillante di tamerlana memoria attraverso abiti laici e mercantili di sovietica tendenza.

Poche le madrasse attive, molte sono state trasformate in mercati con un numero di merci dedicati ai turisti, con un numero di oggetti, alcuni anche di buona fattura, indubbiamente maggiore rispetto alla richiesta.

L’architettura sovietica popola e spopola tutto ciò che è di uso civile: le case private comprate grazie ai mutui dello Stato hanno una architettura che si ripete per km e km, stesso colore, stessa forma, stessa esposizione. Tutte rigorosamente poco esposte al pubblico nell’intimità della vita di chi le vive.

I condomini, spesso con falce e martello un po’ sbiaditi sulle facciate imponenti, hanno l’aria un po’ decadente e rimandano alla memoria del celebre film “Goodbye Lenin”.

Tashkent in questo fa da padrona: la capitale con un territorio urbano molto vasto mantiene forse più di altre la sua architettura popolare sovietica che permette al visitatore di immaginare cosa fosse il regime ai tempi della guerra fredda, con tutti i pro e i contro del caso.

Il viaggio che attende chi sogna questa meta è fatto di monumentali architetture, paesaggi aridi e coltivazioni intensive di frutta e cotone che stanno mettendo a dura prova il loro ecosistema (vedi la drammatica situazione in cui versa il lago di Aral ), gente accogliente, magnifiche manifatture, tracce di incroci fra cività. Un viaggio che segna l’esperienza di un viaggiatore ed una meta che al momento risulta ancora abbastanza autentica e toccata da un turismo ancora abbastanza di nicchia.

Nei prossimi post racconterò in dettaglio le città e gli aspetti di ciascuna mi hanno colpito di più.

Anticipo solo al momento, che nel mio cuore non vi è Samarcanda. Nonostante la fama che la circonda (per noi italiani in particolare questo nome è associato alla canzone omonima di vecchioni che pur nominandola fa un falso storico essendo la novella a cui si ispira non è ambientata a Samarcanda ma a Samarra vicino a Bagdad); il suo nome evoca per sua natura suggestioni.

In realtà, sebbene possieda tra i più ammirabili gioielli architettonici del paese, la mia impressione è che sia una città a cui manca di una sua anima, di un quid che possa toccarti a fondo tanto da confermare il fascino che evoca il suo nome.

Saranno dunque i prossimi post a svelare le vere perle immancabili, fra le città citate nel mio itineraio, a cui non è possibile rinunciare durante un viaggio in Uzbekistan.

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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