Lo sapevo, m’ero informato. Arrivare alle isole Togean in Indonesia nella “pancia” dell’isola di Sulawesi non è per niente facile.

Gli aeroporti internazionali sono lontani e sulle isole di questo sparuto arcipelago dell’Oceano Indopacifico di aeroporti proprio non ce n’è traccia e quindi l’unica cosa da fare è salire su un traghetto e lo si può fare da due diverse direzioni: da nord, partendo da Gorontalo, oppure da sud, partendo da Ampana.

Come arrivare alle isole Togean

Nel primo caso ti devi aspettare 12 ore di navigazione. Non che la distanza sia enorme, sono circa un centinaio di miglia nautiche, ma il traghetto con difficoltà supera i dieci nodi e allora, anche se non sei un marinaio capisci subito con rassegnazione che devi passare l’intera notte su quella nave. Per sistemasi a bordo vengono offerte diverse soluzioni. Non risparmiate. Con pochi euro (che dovrete cambiare prima di arrivare alle isole Togean poiché queste sono senza servizi bancari o cambi), anche senza prendere una claustrofobica cabina privata, si può godere di un comodo lettino in una sala comune dotata di aria condizionata.

Chi parte da Ampana ha la vita più facile solo di poco. Il traghetto fa la traversata in “sole” 4 o 5 ore di navigazione, ma offre sistemazioni più spartane rispetto a quello proveniente da Gorontalo. Se però in quest’ultima città c’è un aeroporto poco lontano dal centro, per arrivare ad Ampana bisogna atterrare a Palu. Questa città, salita alla ribalta dopo il devastante maremoto di qualche mese fa, ha un aeroporto che dista da Ampana oltre 200 km. Se la distanza non sembra eccessiva sappiate che non si tratta di una autostrada all’europea. Anzi.

Niente da fare. Se si vuole arrivare alle isole Togean, che lo si faccia da nord o da sud è sempre un’impresa ed io lo sapevo ed ero pronto, ma forse non abbastanza.

Viaggio massacrante

Quando mi sono affacciato dall’oblò del traghetto proveniente da Gorontalo e ho visto le luci della costa delle isole delle Togean oltre che stanco ero anche un po’ frastornato. Il viaggio era stato massacrante, io a Gorontalo c’ero arrivato con un bus da Manado. In pratica prima del “giretto” sul traghetto io m’ero già fatto altre 12 ore di stradine che con 400 km, passando tra la foresta indonesiana, mettono in comunicazione le due città.

Io sapevo anche questo, quindi in qualche modo ero pronto. Quel che non sapevo era che alle Togean ci saremmo arrivati la mattina presto e lì a quella longitudine a quell’ora il sole non è neanche minimamente in vista.

L’entrata in porto è avvenuta al buio come l’attracco al porto di Wakai. Anche lo sbarco è avvenuto al buio e, sempre al buio, fatti pochi metri io e la mia compagna siamo stati avvicinati da dei locali che a monosillabe, sfoderando quello che con la luce sarebbe potuto essere un sorriso, ci hanno proposto nomi di spiagge che fino a pochi giorni fa potevamo solo sognare. Sempre al buio abbiamo detto si in tutte le lingue che conoscevamo per la paura che fosse solo un sogno dovuto ai comodi materassini del traghetto.

Avuto il nostro assenso siamo stati invitati a sederci su una piccola imbarcazione ormeggiata lì vicino per poi prendere subito il mare col buio.

Paradise, isola di Kadidiri

Tra i diversi posti che ci avevano proposto avevamo scelto quello che già il solo nome sapeva far sognare: Paradise, sull’isola di Kadidiri. Sapevamo che su quella spiaggia, circondata da foresta, c’è un piccolo resort accogliente e ben organizzato che dispone di bungalow sistemati lungo la spiaggia o in mezzo alla foresta. Era lì che noi volevamo andare. Io sapevo che per arrivarci ci sarebbe voluta quasi un’ora di navigazione, ma non immaginavo che questa l’avemmo fatta al buio.

Chi guidava la barca di certo è o era un pescatore con una lunga esperienza di quel tratto di mare. Dello stesso di certo ne conosceva ogni roccia affiorante, ogni corallo sporgente ed ogni passaggio altrimenti non si sarebbe potuta spiegare la nostra incolumità con passaggi vicino a rocce e fronde d’albero da me viste solo all’ultimo secondo.

Lo confesso. Lì seduto sul paiolo di quella barchetta fatta di poche assi scolpite con un’ascia più volte ho pensato a cosa avrei potuto/dovuto salvare in caso di affondamento. Più volte mi sono chiesto se sarebbe stato meglio salvare i soldi o il cellulare, il passaporto o la macchina fotografica.

Aggirato un grosso macigno, visto da me solo grazie al sollevarsi dei primi raggi del sole, tutte le mie domande sul salvamento hanno trovato risposta. Eravamo arrivati e lì in un attimo ho capito perché vale la pena affrontare un così lungo viaggio per arrivare ad una delle isolette delle Togean.

Davanti a noi una lunga spiaggia bianca aveva dietro di se, tra alberi e altra vegetazione, alcune strutture di legno che parevano essere sorte assieme alla foresta per quanto erano integrate con l’ambiente circostante. Davanti alla spiaggia un lungo pontile di legno che presentava un paio di gazebo, uno all’inizio e l’altro all’estremità dotati entrambi di amache e lettini, si allungava verso il mare. In questo la barriera corallina, grazie ai primi raggi del sole, mostrava tutta la sua vita e i suoi colori che per l’acqua cristallina e il mare incredibilmente calmo sembravano contenuti in una teca di vetro come si fa con le cose preziose.

E cosa sono tutti i pesci, i coralli, le stelle, gli squali, le gorgonie, i ricci, i gasteropodi, i gamberetti, le piante e tutta la loro biodiversità del mare delle isole Togean se non delle cose preziose? Tanto preziose quanto delicate. Per questo questi ambienti devono essere si goduti, ma anche rispettati e protetti tanto dai turisti quanto dai locali.

Arrivati a terra, anche se stanco morto ho messo mano alla maschera e allo snorkel e sono andato.

Vedendo certe cose da sotto il pelo dell’acqua viene spontaneo trattenere il respiro. Nel mare delle isole Togean non solo perché si è sott’acqua.

A proposito dell'autore

Marco Benedet

Sono un curioso. Non sono un viaggiatore, tanto meno un turista. Sono un curioso che però non sa stare fermo.
Dopo aver lavorato come veterinario per cani e gatti mi sono trasferito a Sharm El Sheikh in Egitto per vedere coi miei occhi da istruttore subacqueo cosa ci fosse sotto il pelo dell’acqua. Sazio delle bellezze del Mar Rosso ho sentito forte l’impulso di mettere su “carta” quel che ammiravo e provavo. Ecco come sono nati i miei primi romanzi “Ma chi me lo ha fatto fare?” e “Gli squali parlano” scritti dopo aver pubblicato il “Manuale del Primo Soccorso del cane e del gatto”. Una volta preso il “vizio” di scrivere non mi sono più potuto fermare. Curioso di sapere cosa ci fosse oltre l’oceano ho attraversato l’Atlantico in barca a vela per poi pubblicare con una mano il relativo “Diario di bordo” mentre con l’altra scrivevo la lista dei posti dove vorrei andare a curiosare con la mia macchina fotografica.

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