E’ da una quindicina di giorni che giro attorno a questo articolo, sì a Bagan ci siamo stati ma non so da dove cominciare: dal panorama? dagli stupa? da pagode, statue, monasteri, quanti ne abbiamo visti? Dal giro in motoretta quando tutti ci guardavano e ridevano, lui grande e grosso lei col foulard in testa? E il gracidio delle rane?

Partiamo dalle rane. Addormentarsi è stato difficile, si sentivano dei QUAAK tremendi che rimbombavano come dei gong, sono le rane nascoste nei tubi di scarico ci spiegano il mattino alla reception, sorry.

08:45 a.m. La nostra guida, Kyaw, sulla trentina baffetti neri camicia bianca e longy verde, sorride e promette di farci dimenticare la nottata, non sarà difficile ci dice, a Bagan, la piana delle Mille Pagode e per dimostrare che fa sul serio inizia un tour de force. Per prima la Shwezigon Paya, il prototipo degli stupa birmani, alto una cinquantina di metri, contiene un dente e un osso di Buddha ed è ancora molto venerato in Myanmar – ma è tutto d’oro? – verniciato, ma la punta è ricoperta da foglie d’oro, dice Kyaw, alla sera i monaci perlustrano le terrazze per raccogliere quelle cadute.

09:59 a.m. Cosa aspettiamo? La chiave. Arriva una vecchietta, è lei la custode della porta incassata in un terrapieno di mattoni, ai lati due finestre sbarrate, dentro è buio, serve una pila, ci sono affreschi ben conservati, ci sono anche arcieri tartari, quelli che hanno invaso Bagan e distrutto il regno birmano, sì ma troppo claustrofobico e poca luce per le foto1.

10:44 a.m. Guarda che bello, il pescatore sulla falce di luna, come il logo della DreamWorks – dopo, adesso dobbiamo vedere questa pagoda2. E’ grande, due piani irti di pinnacoli, rossa di mattoni, sugli angoli i mostri di stucco resistono al tempo, dentro quattro Buddha splendenti d’oro tra ombrellini arancio e bianchi. All’uscita – aspetta! lo comperiamo? – non si discute e poi il vecchietto l’ha già staccato dal ramo a cui era appeso, adesso il pescatore sulla falce di luna versione birmana pesca su una parete di casa nostra.

11:35 a. m. Fabbrica e negozio souvenir di lacca, visita obbligata. In cantina preparano i cesti le ciotole i tavolini laccati, al piano terra esposizione negozio e proprietario insistente, al primo piano ragazzine intente a incidere gli oggetti con attenzione sedute a terra su stuoie e a me viene il mal di schiena solo a guardarle.

00:32 p.m. Pranzo al Sunset Restaurant, terrazza sul fiume – dicono che c’è una bellissima vista al tramonto – dice mia moglie tentando di allungare la pausa – certo, aspettiamo sei ore?

03:35 p.m. Si ricomincia. Ananda Patho, la pagoda più bella e più venerata in Bagan ci spiega Kyaw, ma è più intrigante da lontano con le guglie dorate che luccicano al sole, da vicino è tutta striata di nero, colpa dei monsoni, dentro è buia e fresca, grandi Buddha dorati in piedi, qualche fedele a mani giunte, poi a zonzo per i cortili ad ammirare le famose formelle verde lacca con racconti della vita di Buddha, foto ai riflessi spezzati delle guglie in una pozza – bella, domani torniamo.

04:38 p.m. Un contadino sta arando un campo tra le pagode, aratro di legno, buoi bianchi, due donne sedute all’ombra di un carretto dalle grandi ruote raggiate come quelli della nostra campagna di una volta – questa è la prima pagoda a due piani3, nel costruirla, e ci porta di fianco, ogni mille mattoni ne veniva messo da parte uno per tenere i conti e con questi mattoni hanno poi eretto questo tempietto – e chi li conta? centinaia di migliaia.

04:55 p.m. Siamo stanchi ma se lui va avanti che dobbiamo fare? Arrenderci? Questo sembra un castello più che un tempio4, grande, tozzo, pesante come le statue di Buddha all’interno, una testa enorme, senza collo, orecchie lunghissime e mantello rosso vinaccia, almeno sono diverse dalle solite.

05:31 p.m. Sdravaccati sul letto in attesa del tramonto, non ti addormentare, puntiamo la sveglia?

06:00 p.m. E’ ora, andiamo. Dalla terrazza di uno stupa, non chiedetemi quale, ecco la Bagan immaginata e sognata: sopra gli alberi della piana profili di fortezze medioevali, lontani castelli di fiaba, luccichio di guglie dorate, pinnacoli sottili come aghi nel riverbero lontano dell’Irrawaddy, in silenzio davanti a tanta bellezza, qui sotto, tra prati selvatici e campi arati, una fila di pecore bianche e nere passa nella luce radente del tramonto.

Nottata senza rane o troppo stanchi per sentirle.

La motoretta, mia moglie è dubbiosa, non abbiamo più l’età, e eccitata, proprio come tanto tempo fa… Dove andiamo? boh, in giro.

Prima sosta, stanno preparando una festa, sui cartelloni una specie di gruppo rock e danzatrici classiche, vecchietta con banane all’ingresso del tempio, ci sono tre Buddha enormi che sembrano nuovi di zecca con mascella espressiva tipo Duce.

Altro giro. Questo è a due piani – ma non l’abbiamo già visto ieri? – no, non mi sembra. Traffico di motorette, e quello cos’è? Bupaya dice il cartello, è uno stupa dorato a forma d’uovo in cima alla scarpata dell’Irrawaddy, in basso lungo la riva decine di barche sottili, sulla piattaforma del tempio una coppietta alle prese coi selfie, sullo spiazzo sterrato una partita di calcetto a piedi nudi ma con tanto di arbitro e fischietto, dietro la porta la sagoma enigmatica di uno stupa di mattoni.

Dove andiamo? Di là. Stradine fangose, operai a torso nudo a pulire un canale, saluti e sorrisi divertiti, nessun’altra motoretta, una fila di stupa malridotti – quella sembra proprio una chiesa come le nostre e quella là in fondo tutta bianca? Quella merita. Lay Myet Hna Group sul solito cartello, appena imbiancata, c’è gente, affreschi nero e ocra, c’è un quadro che sembra la Madonna con Gesù Bambino, una decina di ragazzini nella vasca di fianco, appena vedono le macchine fotografiche si scatenano in una gara di tuffi.

Stupa diroccati in un campo arato, una specie di monastero ingabbiato da tubi di bambù con uno stupa lucente di vernice fresca, una pagoda a due piani bianca – ma non l’abbiamo già vista ieri? – no, forse sì – dai torniamo, sai la strada? – sì, forse no, aspetta, si può salire, l’ultimo. A piedi nudi su per una scala buia nella puzza di pipistrelli ma sulla terrazza la magia si ripete: lì davanti, sopra gli alberi punteggiati da fioriture rosse, una slanciata pagoda bianca, più lontani gli stupa  dorati della Ananda Patho, poi la pagoda/fortezza di ieri, in fondo le sagome dei templi velate dalle cortine d’acqua del monsone in arrivo, le guglie dorate, i pinnacoli lucenti, le punte aguzze, un momento magico, un’atmosfera onirica.

Andiamo che sta per piovere! Bagan, la piana delle Mille Pagode e dei sogni infranti.

  1. Kyan sit thar umin 11-13 sec.
  2. Htilominlo gupaya 1218 a.D.
  3. Thatbyinnyu paya 11 sec.
  4. Dhammayangyi temple 1167 a.D.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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