Uno degli aspetti che da sempre mi affascina della cultura di un popolo è il suo modo di stare a tavola e dietro ai fornelli, ecco perché nel mio mese all’ashram ho dedicato diverse ore alle visite in cucina (non ho mai sbucciato così tanto aglio in vita mia!).

La cucina tradizionale vive dei prodotti che offre la terra e la terra a Bali è generosa di riso, arachidi (nelle zone più aride, dove non c’è spazio per i terrazzamenti), cocco e frutta di ogni tipo, sempre eccezionale.

Il balinese generalmente fa la spesa nei mercati alimentari, praticamente ogni giorno. Ogni paese ha un suo mercato, più o meno fornito e sempre affollato, io sono stata con la nostra cuoca a quello di Bugbug, vicino a Candidasa. Le persone mi guardavano un po’ strano, ero l’unica occidentale, e non se ne vedono molti di occidentali da quelle parti alle cinque del mattino!

A noi l’orario può sembrare strano, ma per i balinesi alle cinque è già tardi: questo genere di mercato inizia verso le tre di notte e alle sette del mattino è già praticamente deserto. Di un’accozzaglia di rumori, profumi e colori non rimane nulla.

Proviamo a sfogliare un menù tipico della cucina tradizionale balinese.

Il riso la fa da padrone, del resto siamo in Asia. Bianco, nero, giallo è sempre bollito ed è la base di ogni pasto, dalla colazione alla cena. Viene servito con gli accompagnamenti più diversi.

Sambal: salsa più o meno piccante (ogni warung custodisce gelosamente la propria ricetta, sempre diversa!) a base di pomodoro, aglio (immancabile), peperoncino e zenzero. Presente su tutte le tavole dell’isola, è ottima con il riso, appunto, ma anche con la carne e con le verdure.

Gado Gado: mix di verdure, generalmente fagiolini e germogli di soia, stufate e successivamente condite con la famosissima peanut sauce: sorta di pesto di arachidi preparato con noccioline, aglio (l’avevo detto che era ovunque!), zenzero e latte di cocco. Un amico quando ho riproposto questa ricetta a casa mi ha detto “Non gli avrei dato due lire, e invece…è da provare!”

Frittata di papaya: anche qui verrebbe spontaneo storcere un po’ il naso, ma posso assicurare che è una delle cose più buone che ho assaggiato. All’uovo sbattuto viene aggiunta una young papaya (cioè una papaya ancora gialla) grattuggiata; il composto viene poi chiuso in una foglia di banano e cotto in un forno alimentato a brace.

Una curiosità sulla brace: a Bali la brace è fatta con gusci di noci di cocco, non si pensi alla nostra carbonella! Inutile dire che il cibo cotto in questo modo ha un sapore del tutto diverso.

Anche il pesce, e il tofu, vengono preparati alla stessa maniera: speziati, chiusi nelle foglie e infornati. E’ divertente perché ci si ritrova con dei misteriosi pacchettini nel piatto, dalle forme più disparate e la curiosità di scoprire che cosa c’è dentro stuzzica ancora di più la fame.

Non dimentichiamoci dei krupuk, crackers di riso simili alle ben più note nuvole di drago, dai diversi aromi, dal gambero al maiale, e del tempe: tortino di germogli di soia fermentati, spadellato con un pizzico di pomodoro, peperoncino e zucchero di canna.

E come dolce? Direi un bubur, ovvero una specie di budino bianco di latte di cocco e farina di riso, poi cosparso con sciroppo di zucchero di canna e farina di cocco, che consiglio a colazione perché non è leggero come sembra (la nostra cuoca lo consigliava per il mal di stomaco, ma ho sempre mantenuto un certo scetticismo in merito). Oppure un black rice pudding: pudding di riso nero da ammorbidire ulteriormente con latte di cocco e da arricchire con qualche fetta di banana.

Qualcosa da bere? Bintang, è la birra nazionale, o se proprio vogliamo alzare la nota alcolica, ecco l’arak: molto simile al rhum, viene distillato a partire dal vino di palma. I balinesi lo bevono puro, io l’ho preferito come base per i cocktail: Arak Colada o Arak Mojito, giusto per dirne un paio. Decisamente meno impegnativo!

A proposito dell'autore

Maledettamente curiosa, ho trovato nei viaggi e nella scrittura quello che mi permette di tenere un po’ a bada questo spirito irrequieto che mi mette alla prova da trent’anni. Amo i libri, la cucina (ahimè!) e amo tutto ciò che è bello (dicono che è perché sono bilancia, ma ci credo poco). Da pochissimo nel mondo dei blog, mi ci sono buttata con tutte e due le scarpe... staremo a vedere che succede!

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2 Risposte

  1. WYW

    La cucina di un paese può dare moltissime informazioni sulla cultura e sugli usi di un popolo.
    Poterla scoprire e magari provare a riprodurre le ricette permette di avvicinarsi un po’ a quella cultura.
    Io amo sperimentare sempre nuove ricette di diversi paesi e tu sei riuscita con le tue foto e le tue descrizioni a dare un quadro perfetto di quello che hai vissuto e sperimentato

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  2. Cabiria

    Grazie!
    Sono d’accordo, condividere la tavola è una delle esperienze più intime, e in un viaggio può essere il valore aggiunto.
    Personalmente, mi ritengo fortunata di averlo potuto fare per un mese e di avere avuto anche la possibilità di “mettere mano” nelle preparazioni; sembrerà da pazzi, ma ancora adesso, quando preparo il gado gado qui a casa, mi sembra di sentire la voce di Wenten (la cuoca) che mi ripete “simple, simple!” (dev’essere stato una sorta di mantra per lei, lo diceva di tutte le ricette!!!), e mi viene da sorridere 🙂

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