A Kampala, capitale dell’Uganda, avevo una stanza a Kabalagala, quartiere famoso per la turbolenta vita notturna e gli incontri piccanti. Dovevo recuperare i visti necessari al mio ingresso in Sudan e in Sudan del Sud, appena usciti fuori da una sanguinosa guerra civile.

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Sebbene Kampala sia una città molto affascinante, in centro è il caos, con traffico e gente ovunque. Le strade erano attraversate da buche profonde e l’asfalto compariva solo raramente, così che le recenti piogge avevano trasformato in acquitrini alcuni vicoli. La stazione dei minibus di Kampala è al centro di questa cava di sabbia e fango. In alternativa ci sono i boda boda – taxi in moto – che si infilano in ogni pertugio offerto dal traffico convulso senza alcun riguardo per l’incolumità del passeggero. Con questi due mezzi e molto camminare sono riuscito a trovare i due uffici consolari di cui avevo bisogno. Una volta ottenuti gli ambiti pezzi di carta un sorriso ebete mi si è stampato in faccia: era di nuovo quella sciocca inspiegabile felicità del viaggiatore.

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Mi stavo preparando per una grande avventura, essendo il Sudan – entrambi i Sudan – un territorio incerto e poco battuto dai viaggiatori. Sarei stato uno dei primi occidentali a visitare la nazione più giovane al mondo, inaugurata solo un mese prima. Chiunque me ne sentiva parlare mi guardava come se avessi appena detto che volevo darmi una martellata sul pollice. La domanda era sempre la stessa: “Perché?” La risposta è quella che diede un astronauta quando gli chiesero perché volesse andare sulla luna: “Perchè c’è, sta lì, e tanto mi basta per volerci andare.

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Per premiarmi in seguito al mio successo burocratico – e anche per disintossicarmi dai ritmi caotici della città – sono fuggito per un paio di giorni a Jinja, dove nasce il Nilo, per fare del rafting sulle rapide. Sul mio gommone c’erano un gruppo di americani che dopo aver cercato di introdurmi al fascino della letteratura classica americana – il tema era Hackelbrrry Finn – si sono sentiti rispondere: “Scusate ma non vi seguo, in Europa non diciamo mai ‘letteratura classica’ e ‘americana’ nella stessa frase.” Per fortuna hanno apprezzato il mio spirito e siamo diventati buoni amici, perché erano addetti alla sicurezza del consolato americano e un loro braccio era grosso quanto le mie gambe messe insieme.

All’ostello in cui alloggiavo avevo trovato altri ragazzi americani alle prese con un tour mondiale per un’organizzazione chiamata Christian Surfers. Una combinazione micidiale: cristiani e surfisti – due gruppi noti per il loro fanatismo, la loro intolleranza culturale e la scarsa litterazione dei loro affiliati – finalmente uniti per puntare alla conquista del mondo. In realtà i ragazzi con cui mi stavo intrattenendo non sapevano granché di onde, né frequentavano molte chiese, ma avevno un genuino interesse per la religione e una confusa fede in Cristo. Abbiamo condiviso svariate birre, qualche perla di filosofia e una discreta intossicazione alimentare.

Tornato a Kampala, il giorno prima della mia partenza per il Sudan del Sud sono stato vittima di un simpatico episodio di estorsione. Per raggiungere il centro ero solito, come chiunque altro, tagliare per la vecchia ferrovia, un’area abbandonata in cui crescono solo erbacce. Improvvisamente una giovane ragazza in divisa mi ha fermato dicendo che in quel tratto era proibito passare. Mi sono girato intorno per guardare la folla di passanti che continuava incurante per la loro strada ed è seguita una pausa silenziosa. Non avevo visto il cartello? No. Altra pausa. Ora doveva arrestarmi. Terza pausa.

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Era evidente che si aspettasse dei soldi soldi poiché in Africa vige la convinzione che gli europei siano un’accozzaglia di smidollati pronti a tirare fuori il portafogli al primo accenno di guai. Però io avevo molto tempo a disposizione, poche ragioni di temere per la mia incolumità e un’inclinazione professionale a infilarmi in qualunque situazione insolita. Così le ho fatto notare che la sua divisa non era quella di alcuna autorità ufficiale. Non avevo letto la scritta sul taschino? Le ho risposto che la scritta “Ultimate Security” non rafforzava affatto la sua posizione. Mi ha indicato il militare assonnato seduto più in là sui binari, mi sono messo comodo su un muretto e ho iniziato a chiacchierare con il soldato, che aveva assunto un tono divertito e leggermente sorpreso. Dopo qualche minuto ha detto semplicemente “vattene”. Non me lo sono fatto ripetere due volte.

Leggi la puntata precedente: arrivo a Kampala, oltre il lago Vittoria e l’equatore.

Vai alla puntata successiva: Juba, capitale della Repubblica del Sudan del Sud.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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