Era il mio terzo giorno in Iran, la terza sera per l’esattezza, quando sono arrivata a Qom. Tappa successiva a Teheran, segmento intermedio fra il mio arrivo in questo paese, i suoi simboli e l’avvio del nostro tour itinerante.

Di Qom avevo sentito parlare come la città di Komeini, a qualche centinaia di km dalla capitale, luogo di culto non particolarmente ricco di attrazioni oltre quelle religiose, l’atmosfera che si respira ed uno dei santuari più famosi per gli islamici sciiti di tutto il mondo: Hazrat- e Musemeh.

Qui è la tomba di Fatemeh, sorella dell’Imam Reza e sotto i regni safavidi, furono costruiti questi santuari come contraltare a quelli presenti nell’attuale Iraq.

Usciti da Tehran, capitale caotica, tutto sommato simile a tante altre ed immensa con i suoi 9 milioni di abitanti, la strada che raggiunge Qom è un deserto circondato da montagne.

Qom giunge con la sua periferia non troppo ordinata, i cartelloni governativi di propaganda che strappano la bandiera di Israele, i suoi servizi che preannunciano la città.

I miei primi momenti qui sono rappresentanti da un fotogramma che mi è impresso alla memoria. Il driver ferma la macchina per chiedere info sulla Guest House che ci avrebbe dovuto ospitare. Ho 10 minuti per osservare la gente ed i commerci.

Molti gli uomini religiosi con il turbate bianco o nero colori che indicano la discendenza o no da Maometto; tutte le donne sono rigorosamente vestite con lo chador nero. Chi mi aveva detto che una sosta a Qom vale la pena non tanto per la città, quanto per l’atmosfera, mi rendo conto ora, aveva ragione.

 

Ho iniziato a provare in quel momento, e forse per la prima volta in un viaggio la sensazione di essere fuori luogo. I miei vestiti, i miei pensieri, la mia cultura non avevano nulla a che fare con quel luogo e con quella gente. Le donne, sopratutto le donne, avevano con me solo una comunanza di genere.

Forme, colori, sguardi, nell’apparire non ci rendevamo simili e questo molto di più che in qualsiasi altro luogo che io abbia mai visitato e, lo capirò alla fine del viaggio, anche nello stesso Iran. In quei pochi minuti di pausa nel parcheggio ho osservato con attenzione la gente che passava: uomini e donne, anziani, bambini.

Tutto evidenziava la forte connotazione religiosa. Le donne dallo sguardo basso, scortate dagli uomini che le precedevano, gli occhi severi degli religiosi con il turbante. Le ragazze più giovani, coperte dal nero dello chador alzavano, molte, appena la veste, tanto da mostrare almeno le scarpe, spesso con un piccolo tacco elegante o sportive, di marca ed alla moda.

 

Da lì a poco nella strada, passeggiando mi sono ritrovata essere forse l’unica donna occidentale nel centro di Qom.

Questa città non è spesso inserita nelle rotte turistiche e sul far della sera credo di non aver scorso alcun altra donna vestita come me, cioè con pantaloni e maglia a maniche lunghe, velo sul capo.

In questa atmosfera e decisa di visitare, per quello che fosse stato possibile, i luoghi più sacri conservati in Qom, ho attraversato la piazza dei commerci, Astane Square, i cui estremi sono i luoghi di pellegrinaggio più conosciuti e visitati.

Tra negozi di tessuti e dolciumi famiglie in visita che facevano foto, c’e chi grida slogan a favore di una raccolta fondi filo governativa siriana. Una mamma si ferma e mi chiede in inglese di pregare per il figlio, sulla carrozzina. Gli occhi, sopratutto delle donne, li sento sempre più puntati su di me, non per i miei tratti ma per il mio stile, ed io cerco di interpretarli.

Sono io la diversa questa volta per le donne forse più che per gli stessi uomini. Fra le più anziane e mie coetanee c’e chi disprezza chiaramente cosa rappresento ed indosso e lo sguardo severo non lascia dubbi; c’è poi chi, fra loro, mi guarda incuriosita. Fra le più giovani leggo della curiosità ed anche uno sguardo di intesa che va oltre le imposizioni culturali.

Aumenta in me la sensazione di un disagio sottile, ripeto, mai provato, nonostante le diverse esperienze di viaggio. Non è solo una questione di abito è ciò che esso, in quel momento, rappresenta in quel luogo, più che in ogni altro, anche nello stesso Iran. È la mancanza di quell’abito e la mia intolleranza nei suoi confronti che fa sentire su di me il suo peso. Ad un certo punto confondo i loro sguardi con il mio, quello interiore è quello esteriore  su me stessa: sono io stessa che sento il bisogno di osservarmi di riflesso, attraverso gli occhi delle altre donne.

Prendo coraggio e decido di non farmi condizionare fino in fondo: entro nel posto di blocco che permette l’entrata al luogo santo: il santuario Hazrat- e Musemeh

Il check point è rigorosamente diviso per generi. C’è una tenda, non ci sono immagini o scritte che mi possano far capire cosa accade dietro la tenda. Al di là di questa, il santuario che si intravede è di spettacolare bellezza.

Solco l’ingresso: sono l’unica donna vestita, seppur coperta, all’occidentale, unica fra un flusso di donne dallo chador nero. In quel momento sono la mosca bianca e sono pronta ad accettare un no e tornare indietro. É quello che temo, ma non accade. Le pellegrine dentro alla stanza che porta all’ingresso sono sottoposte a perquisizione e vengono osservate nel loro abbigliamento e portamento. Nulla deve essere scoperto all’infuori del viso e delle mani. Nessun trucco, seppur velato deve apparire sui volti. Così chi ha appena un velo di rossetto viene invitata, con una salvietta struccante, a togliere il lieve rossore.

Osservo ed attendo un gesto, qualcosa che mi faccia capire cosa devo fare. C’è chi inevitabilmente mi osserva, mi giudica e fra di esse, come spesso capita, qualcuno capisce e mi accoglie. Non sarei riuscita a fare un passo avanti se quella donna, forse mia coetanea, non mi avesse fatto capire di attendere in un angolo e se lei non avesse parlato con una delle guardiane che vigilava la morale delle donne pellegrine.

Quest’ultima, allertata della mia presenza, si avvicina e mi chiede da dove vengo; scrive subito dopo al cellulare non so a chi né cosa. Mi fa però il segno di attendere e questo fa sperare che io possa proseguire. Rimango così ferma al centro dell’attenzione delle donne che transitano e di ognuna immagino il pensiero su di me.

Dopo alcuni minuti la prima guardiana mi accompagna da una sua collega che mi perquisisce e veste: uno chador simile a quello delle altre donne  ora copre, apparentemente, ogni traccia del mio essere occidentale, i miei pensieri e la mia appartenenza. La guardia si raccomanda che io non lasci mai la mano che congiunge i lati del vestito che ora mi copre.

Questo lungo pezzo di stoffa con tutti i suoi simboli è ciò che mi permette di entrare in uno dei luoghi più santi dell’Islam e riconosco che sebbene con passaggi rigidi le donne che mi hanno aiutato nell’impresa, sono state comprensive ed accoglienti. Per quanto io sia felice di non esser mai stata costretta fino ad oggi ad indossarne uno, per apparenza religiosa e sociale, lo chador, ora, mi consente non solo di entrare ma anche di non essere più  osservata come all’inizio. Gli sguardi si smorzano, ora indosso il giusto filtro. Fra me e quelle donne la differenza apparente è solo nel taglio degli occhi, i tratti somatici e forse un paio di occhiali più o meno alla moda occidentale.

La visita al santuario è così permessa a chi non islamico fino alle soglie dell’ingresso della moschea, solo se scortati da una guida autorizzata. Una ragazza, a noi assegnata, ci spiegherà così le varie porte di accesso fino al limite, i cortili, le fontane. Il tutto mentre la gente passeggia, prega, sosta.

È il tramonto la voce del muezzin intona il canto della preghiera. La bellezza architettonica di questo luogo, le maioliche blu che sfiorano le nuvole, i fiori ed i colori del paradiso rappresentati ed loro ripetersi geometrico quasi all’infinito si sposano con quella musica, la voce intonata,  i vestiti, i gesti, la luce del cielo sfumato di rosso.

Il mio corpo coperto sente queste emozioni. Io provo per la prima volta nella mia vita che l’unico contatto con ciò che mi circonda è il mio viso. Le braccia, gambe, pancia, tutto il resto prova le sensazioni immersi in un buio che li rende più lontano dalla mia mente e da ciò che sono.

Qom, la città di Komeini, i suoi luoghi santi, sono anche una occasione per sentire sulla propria pelle, sopratutto se donna, più che in altri luoghi, l’atmosfera dell’Islam profondo che ha caratterizzato le rivoluzioni culturali e sociali dell’Iran nel corso degli ultimi 40 anni.

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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