Vientiane? Cosa ricordo di Vientiane?

Beh, tante cose, la nostra guida, tanto per cominciare, un ragazzo sulla trentina, male in arnese, con un non so che di Che Guevara, forse per via del berrettino verde i radi baffetti e la barba appena accennata, o forse per via dei suoi modi spicci tipo – andiamo a uno dei migliori ristoranti di Vientiane – ci ha praticamente imposto appena arrivati, invitando democraticamente anche l’autista, e subito dopo omaggio obbligato all’Arco della Vittoria, il Patouxay – quale vittoria? – quella del Pathet Lao nel 1975 alla fine della guerra d’Indocina! E sì secondo Nam, questo era il suo nome, non c’è mai stata la guerra del Vietnam ma la guerra dell’Indocina perché, ci ha spiegato, con la scusa che in Laos e Cambogia correva il sentiero di Oh Chi Minh gli americani li hanno bombardati per anni partendo da basi aeree in Thailandia, insomma, sulla guerra sicuramente aveva ragione il mini Che Guevara di Vientiane ma il Patouxay resta un ammasso amorfo di cemento armato senza anima.

Patouxay
Patouxay

Vientiane

Altra cosa che ci ha colpiti, noi che venivamo da Luang Prabang, è stato il traffico, anche se non era certo quello di Milano, e l’attivismo della gente, tipo la squadra di calcio che si allenava sulla riva fangosa del Mekong, le coppiette che aspettavano il tramonto a furia di selfie, le ragazze che di sera facevano ginnastica a tempo di musica sotto le bandiere rosse con falce e martello, i turisti al night market, le luci della Thailandia a meno di un chilometro sull’altra riva del fiume, insomma rispetto a Vientiane Luang Prabang è una città quasi mistica.

Bandiere lungo il Mekong

Il Wat Si Saket

Ovvio ci sono anche musei e templi come il Wat Si Saket, l’unico tempio non distrutto dai tailandesi nella guerra del 1828, adesso è un museo, non siamo potuti entrare perché lo stavano restaurando ma abbiamo ammirato lungo le pareti del chiostro centinaia di Buddha in terracotta, tutti seduti, tutti uguali nel mudra della mano che tocca la terra ma tutti diversi come stile, a capirlo, roba da esperti, mia moglie per la disperazione ha fotografato un modellino di barca reale sul retro dell’edificio.

Buddha di smeraldo

Il tempio Wat Ho Phra Keo

Oppure il Wat Ho Phra Keo, era il tempio privato dei re del Laos – conteneva il famoso Buddha di Smeraldo, quello che i tailandesi ci hanno rubato e tengono nel palazzo reale di Bangkok – sibila Nam, adesso è un museo, bello, porte in legno lavorato, molte statue in bronzo di Buddha, beh sì, le differenze di stile si potevano vedere, soprattutto se c’era qualcuno che te le faceva notare, ma non era il punto forte di Nam. Cosa ha fotografato mia moglie? Una grande tartaruga in bronzo, tutti uguali i Buddha dice lei, e come darle torto?

Davanti alla grande statua di Buddha sdraiato di fianco al Pha That Luang, lo stupa d’oro, c’era il triciclo di un gelataio – è un business in mano alla mafia vietnamita – ci ha borbottato Nam – ed è meglio non comprarlo – ha aggiunto, non ho capito se per una remora morale, mafia vietnamita, o sanitaria, probabile gastroenterite.

Lo stupa, particolare più che bello, è all’interno di un recinto quadrato ed è il simbolo religioso del Laos – si può salire sulla piattaforma? – no, una volta si poteva ma i cinesi ne combinavano di tutti i colori ed è stato proibito. Americani, tailandesi, vietnamiti, cinesi, ne aveva per tutti il piccolo Che, mancavamo solo noi.

Novizio sul tetto di un vat

La vita nei templi

In tutti i templi della città c’era animazione, i monaci, a proposito, a differenza di Luang Prabang o forse solo perché stavano lavorando, i monaci non indossavano un saio ma una specie di gonnellone arancio chiuso in vita e una casacca con tasche che copriva solo la spalla sinistra, i monaci, dicevo, erano tutti indaffarati, gli adulti a dare ordini, i più piccoli a eseguirli eccitati, a piedi nudi in equilibrio sui tetti a togliere le foglie, in cima a traballanti scale di legno a tirare file di bandierine colorate da un muro all’altro, a pulire i pavimenti con la ramazza, questi erano meno eccitati, tutto perché i giorni successivi ci sarebbe stata la festa del riso nuovo e/o dei morti – Nam, spiegati meglio!

Corvée cucina

Due monaci imberbi ci hanno approcciato per verificare il reciproco livello di inglese, sarà stato un problema di cadenza diversa, noi brianzola loro laotiana, ma oltre il classico where are you from? Italy, e what’s your name? non siamo andati e il loro nome manco l’abbiamo capito. Anche l’atteggiamento dei monaci era diverso da Luang Prabang, là occhi bassi, silenzio e canti religiosi, qui monaci tatuati, monaci che fumano, monaci che capisci che stanno parlando e ridendo di te, tre seduti a chattare al cellulare, due intenti a giocare a dama, per pedine sassolini e tappi di bottiglia, un gruppo chiassoso di giovanissimi che si rincorrono con le bandierine delle decorazioni, probabilmente era per il clima di festa ma Vientiane è davvero un altro mondo rispetto a Luang Prabang.

Giovani monaci

Il tempio Wat Si Muang

Il ricordo più bello? La preghiera di due donne al Wat Si Muang.

Il Wat Si Muang è il tempio pilastro della città, il tempio della fondazione, sì c’è proprio un pilastro squadrato ricoperto di foglie d’oro e circondato dai soliti Buddha di tutte le dimensioni, quando si è piantato il pilastro serviva un sacrificio importante per attirare la benevolenza degli dei e una donna incinta si è offerta ed è stata interrata sotto il pilastro, lo so fa impressione ma così si usava, da allora le donne vengono a questo tempio per chiedere la grazia di avere un figlio, ci ha spiegato Nam.

Il pilastro di Vientiane

Dentro, tappeti, solito luccichio d’oro, un monaco che prega seduto al fresco di un ventilatore, il suono di un bellissimo gong, ma all’esterno, dietro al tempio, sotto una tettoia riparata all’ombra degli alberi c’erano alcuni altarini attorno ai resti diroccati del tempio originario con statuine di Budhha, fiori, elefantini, cavalli, ecco, lì abbiamo trovato due giovani donne inginocchiate a pregare, il loro sguardo supplice che saliva in alto col fumo dei bastoncini d’incenso è il ricordo più bello di Vientiane.

Donne in preghiera

A proposito dell'autore

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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