Sei giorni nella giungla in Colombia: Ciudad Perdida

 

In questa mini serie, racconteremo la nostra avventura nel cuore delle giungla colombiana, un viaggio alla scoperta della Ciudad Perdida e delle sue bellezza. E’ un racconto di avventura ma anche di emozioni e sentimenti, amicizia e rispetto, sudore e fatica…

Prima Parte

La Ciudad Perdida (traducibile in “Città perduta”) è il sito archeologico dove sorgeva un tempo una città antica, nella Sierra Nevada, in Colombia. Si crede che fosse stata fondata attorno all’800, circa 650 anni prima di Machu Picchu.  La Ciudad Perdida venne scoperta nel 1972, quando un gruppo di saccheggiatori di tesori trovarono una serie di gradini di pietra che portavano verso la montagna; seguendo il percorso trovarono una città abbandonata, che essi chiamarono “Inferno verde”.

Quando alcune figure in oro e urne in ceramica cominciarono a essere vendute nel mercato nero, le autorità rivelarono al pubblico l’esistenza del sito nel 1975.. Per raggiungere questo luogo magico, si impiegano 6 giorni (incluso il ritorno) di cammino nella giungla, avvolti nel silenzio piu’ assoluto, rotto solo dal rumore degli animali e dai fiumi che si  attraversano.

Ciudad Perdida

Il sentiero che porta alla Ciudad Perdida parte da Mamey, un piccolissimo villaggio a 2 ore di macchina dalla citta’ di Santa Marta; prima di intraprendere il sentiero tutti i visitatori devono passare attraverso un check point, nel quale la polizia colombiana controlla i documenti e i permessi necessari per entrare in questa parte della Colombia che prende il nome di Sierra Nevada.

Fino al 2005 questa zona era affetta da una guerra civile tra l’esercito nazionale colombiano e membri dell’estrema sinistra, che facevano parte del gruppo ELN (Esercito di liberazione nazionale) e membri della FARC (rivoluzionari colombiani). Nel settembre del 2003, ELN sequestro’ 8 turisti stranieri in visita in questo luogo, chiedendo al governo colombiano di investigare sugli abusi umanitari in cambio della liberazione degli ostaggi. ELN rilascio’ gli ostaggi solo 3 mesi dopo.

Il nostro gruppo e’ composto da 9 persone, di diversa nazionalita’ e origine: 2 svizzeri (Paola e Nicolas), 2 Neo Zelandesi (James e Matt), 2 australiani (Jess e Wayne) e un’altro ragazzo australiano ma di origine indiana di nome Ramesh. A chiudere il gruppo ci siamo io e Felicity; siamo tutti “giovani” sotto i 40 anni,  comprese la nostra guida e il cuoco che di anni ne hanno 26 e 28 rispettivamente.

Il primo giorno arriviamo, come detto a Mamey intorno alle 14.30: qualche panino con del prosciutto che sa’ piu’ di plastica che carne, un po’ d’insalata, un bicchiere di coca cola e siamo pronti ad iniziare finalmente il sentiero. Il tempo e’ bello, soleggiato, forse un po’ troppo caldo: l’umore e’ alto, l’emozione anche. Mentre iniziamo a camminare tutti parlano cercando di conoscersi un po’ meglio: “Di dove sei?” “Hai visto altri posti in Colombia?” “In che ostello alloggi” ecc. Clima allegro, disteso, sembra piu’ una scampagnata nel parco che un trekking nella giungla.

Il clima da gita fuori porta cambia quasi subito: una salita ripida porta il silenzio totale nel gruppo. Non si sente volare una mosca a parte i nostri respiri pesanti e affannati. Camminiamo in una zona scoperta da alberi, il sole e’ alto, l’umidita’ anche; si fa davvero fatica a respirare, i vestiti mizzi di sudore, l’acqua nelle borracce che diminuisce velocemente.

Alla prima pausa dopo solo mezz’ora di cammino, ci guardiamo gli uni gli altri in faccia senza dire una parola: il momento delle conoscenze e delle chiacchierate e’ ufficialmente finito, adesso si fa’ sul serio.  A rendere il tutto ancora piu’ duro ci si mette anche la pioggia che comincia a cadere a dirotto: il sentiero si trasforma in un attimo in un pantano, in cui quelli senza scarponi fanno fatica a restare in piedi. Si continua a salire, l’umidita’ ancora piu’ alta, la fatica praticamente raddoppiata a causa del terreno scivoloso e dalla pioggia.

Dopo due ore di cammino non siamo ancora arrivati al primo campo, nel quale trascorreremo la notte; la nostra guida ci rassicura che manca poco, anche se in pochi sono disposti a credergli.

Ciudad Perdida

La guida aveva ragione: arriviamo al campo poco dopo le 17. Ad attenderci una bella sorpresa: il posto e’ relativamente nuovo, ci sono bagni puliti e perfino le docce. La vista da’ sulla vallata sottostante, un paesaggio mozzafiato; questo sara’ cio’ che vedremo la mattina seguente nel momento in cui apriremo gli occhi.

La corsa alle docce e’ quasi scontata: io non ci penso due volte, lascio lo zaino a terra e mi precipito alla prima che trovo libera. L’acqua fredda e’ un sollievo, anche per uno come me che si fa la doccia calda perfino quando ci sono 40 gradi. I muscoli si rilassano, mi perdo nei miei pensieri e rivivo le tre ore di cammino che ci hanno condotto fino a qui.

Questo momento di relax viene quasi subito interrotto da qualcuno che, bussando alla porta della doccia, mi chiede se ne ho ancora per molto: vorrei fare finta di niente, non rispondere, pretendere di non aver sentito.. non e’ da me e non sarebbe nemmeno corretto nei confronti degli altri che sono affaticati quanto me. A malincuore, mi asciugo e mi rivesto: la sensazione sulla pelle di indumenti asciutti e puliti dopo una giornata di sudore e pioggia,  e’ di totale relax.

La nostra guida e il cuoco ci preparano la cena, mentre noi riprendiamo a fare conoscenza gli uni con gli altri, questa volta con calma, seduti al tavolo con una bibita ghiacciata tra le mani e con la vista del sole che tramonta dietro la collina di fronte a noi.

Anche la cena e’ una piacevole sorpresa: tutti si aspettavano il minimo indispensabile, vale a dire una minestra o del riso e un po’ di pane. Invece, per la felicita’ di tutto il gruppo, ci viene servito del pollo in umido, con verdure cotte e del riso. Il tutto accompagnato da una birra fresca; cosa si puo’ chiedere di piu’ quando ci si trova nel bel mezzo della giungla? Ci gustiamo la cena a lume di candela, con la luna piena che illumina la valle circostante e con in sottofondo il rumore del fiume sottostante.

Ovviamente non mancano le zanzare in un posto come questo: diventa quindi indispensabile un buon repellente che protegge non solo dal fastidio della puntura d’insetto ma anche e sopratutto da possibili malattie che possono venire trasmesse dalle zanzare, quali malaria e dengue fever per citarne alcune.

Poco alla volta tutti si dirigono verso le proprie amache; io e Felicity, assieme a Paula e Nicolas siamo gli ultimi a coricarci: sono solo le 9 di sera.

Ciudad Perdida

To be continued… clicca qui per il racconto del secondo giorno