Cartoline da Gran Canaria – Cosa vedere

Ogni volta che si va alle Canarie è sempre la solita storia, mia moglie vuole andare al sud perché c’è sempre il sole e si può andare in spiaggia, io al nord perché piove di più e posso andare per monti e boschi, così anche questa volta a Gran Canaria, con moglie figlie e nipotina, abbiamo scelto Telde, un paese a metà strada sulla costa est dell’isola.

Telde

E’ l’ora della siesta a Telde, sole a picco, silenzio come in chiesa, macchine rannicchiate nell’ombra delle case, un gatto pigro cammina lentamente sull’acciottolato in cerca di un angolo di frescura, stradine solitarie tra mura bianche di calce, pietre nere lasciate a vista come scaglie di pesci preistorici, un enorme ficus protegge con la sua ombra una fragile edicola religiosa, lungo la salita luce di un bianco accecante, finestre chiuse, riverbero doloroso, sul muro in cima alla stradina una grande croce di legno galleggia sulla sua ombra, sole a picco, silenzio come in chiesa, è l’ora metafisica di Telde.

Le dune di Maspalomas

Che belle! esclama la bambina, wow, il Sahara! aggiunge la mamma, spicciamoci! chiude la nonna, e via mano nella mano sulla cresta della prima duna, le ciabattine veloci sollevano la sabbia, la nonna arranca, il mare è là in fondo dove luccicano le onde, io a zonzo tra le dune alla ricerca di un angolo solitario, orme senza meta sulla sabbia dorata come file di formichine ubriache, nuvole bianche volano nel cielo blu, ombre veloci si rincorrono sui pendii, se ti fermi negli avvallamenti tra le dune e ti guardi intorno puoi pensare di essere davvero nel Sahara, ma appena esci e ti volti vedi lontana la fila bianca degli alberghi, non è il Sahara, sono le dune di Maspalomas.

Le dune di Maspalomas
Le dune di Maspalomas

Il Barranco de Guayadeque

Se ci arrivi solo al terzo tentativo allora è di sicuro il Barranco de Guayadeque.

Primo tentativo. E’ fine inverno e i versanti di Gran Canaria sono coperti dal verde luminoso dei cespugli di euforbia, sulla strada per Ingenio sole e ciclisti in allenamento, giri a destra per il barranco e subito piove, ok sarà per la prossima volta.

Secondo tentativo. Siamo fuggiti da Maspalomas appena in tempo, dietro di noi un diluvio di macchine imbottigliate nel traffico peggio che in tangenziale, è il Carnevale di Gran Canaria, andiamo al barranco? Sopra Aguimes nuvole nere, quattro sguardi imploranti, ok sarà per la prossima volta, però c’era anche l’arcobaleno…

Terzo tentativo. Pomeriggio assolato, niente nuvole, davvero! sguardi rassegnati e finalmente il famoso barranco. All’imbocco, tra i sassi scuri e i cespugli spinosi ciuffi d’erba ingiallita e cespi di fiori bianchi, più avanti sui versanti sempre più ripidi fichi d’india e arbusti verdi di primavera, palme delle canarie e eucaliptus, sì quando arriviamo lo compriamo il gelato! ma cosa c’entrano gli eucaliptus? e si fa anche fatica brontolano tornando al parcheggio. Comunque a me piace il Barranco di Guayadeque.

Il Barranco de Guayadeque
Il Barranco de Guayadeque

La Culata

Un posto con un nome così merita sicuramente una visita ma non desta curiosità nel resto del gruppo per cui – vado da solo – annuncio ufficialmente la sera prima, parto presto e torno per colazione, sicuro di poter contare su buona parte della mattinata.

E’ ancora buio, si vedono le luci dei paesini sparsi sui pendii della montagna ma non si vedono le indicazioni stradali, la Culata non so proprio dove sia, ma se non è qui, di sicuro questo posto gli assomiglia molto.

Una stradina ripida e sterrata porta a un gruppo di case addormentate al centro di un anfiteatro roccioso, a sinistra i picchi su in cima s’accendono di luce al primo raggio di sole, dall’alto della parete di destra tracima una grande nuvola di bambagia bianca, scende, risale, ricade e di nuovo scompare nel vento, una striscia d’acqua scivola silenziosa sulla parete liscia, ancora una foto, è ora di tornare. Di sicuro sono arrivato alla testata di una valle, una culata in spagnolo, questione di punti di vista.

La Culata
La Culata

Il Cenobio de Valeron

Mare agitato sotto le Acantilados del Marmol, appena prima de La Atalaya, andiamo a vedere il Cenobio de Valeron? cos’è’? questo, e mostro una foto sul cellulare, bello! esclama una delle tre, ci contavo…

La strada si inerpica ripida sui fianchi del barranco e poi c’è una scala che si arrampica lungo la parete rocciosa, io mi fermo qui a curare la bambina è la solita scusa della nonna, ok, noi andiamo su a vedere.

Due alberi del drago sorvegliano chi sale come guerrieri sopravissuti di un mondo preistorico, ed eccolo il cenobio, una caverna con le pareti traforate da decine di nicchie come un enorme alveare, cos’è? cos’era lo spiegano i pannelli esplicativi, probabilmente un granaio dei primi abitanti dell’isola, qui, arrampicati in mezzo al nulla? ma non potevano farlo in un posto più comodo? no, almeno un po’ di scomodità per i ladri… Solitario, strano, suggestivo, certo che la vita in passato non era per niente facile.

Il Cenobio de Valeron
Il Cenobio de Valeron

Il Parque Natural Tamadaba

Al Puerto de Las Nieves il Dedo de Dios è crollato come è crollata la nipotina in braccio alla mamma, è l’occasione buona per fare la strada panoramica, dicono che è una costa selvaggia, la nonna già mi guarda storto, e Riserva della Biosfera dell’UNESCO.

Due chilometri, strada interrotta per frana, sosta, c’è chi dorme, chi si guarda in giro curiosa e chi mi guarda scuotendo la testa – faccio due foto e torno – lascio detto.

Il sentiero sale tra fichi d’india dai frutti rosso porpora e lunghe spine bianche, le agavi innalzano robusti steli fiorali come croci in processione, lo sguardo segue i cespugli di euforbia che si perdono nella foschia su lungo i ripidi costoni fino alle cime incombenti dove le sagome dei pini si illuminano nella luce opaca che cade dall’alto, più in basso cespi gialli d’erba rinsecchita ricamano il tessuto nero dei pendii che scendono verso la scogliera, lontano, nella nebbia che va e che viene, profili di monti sconosciuti che si immergono nel mare.

Il Parque Natural Tamadaba
Il Parque Natural Tamadaba

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.

Dov’eri finito? Non c’è niente da vedere?!