La mia esperienza da nomade digitale in Thailandia non è iniziata all’improvviso. Prima di arrivarci con il laptop nello zaino, avevo già avuto la fortuna di conoscerla da turista con un viaggio fai da te in Thailandia. Ma il nomadismo era un sogno che coltivavo da tempo, e così, i miei occhi si posavano più sulle caffetterie e coworking che sui templi e le pagode.
Sacrilegio, penserà qualcuno. Forse è vero. Ma per chi ha desiderato a lungo questa vita, la Thailandia appare davvero come il Paese delle meraviglie. Primo spoiler: le difficoltà non mancano. Fuori dalle città iconiche le insidie si fanno sentire: connessioni ballerine, SIM card costose, blackout improvvisi e coworking con prezzi degni di un appartamento a Dubai.
Quando il lavoro da remoto è diventato la mia unica fonte di sostegno, ho iniziato a guardare questa terra con occhi diversi. Sempre splendida, certo, ma fatta anche di difficoltà e incertezze.
Se penso ai miei primi viaggi in questa parte del mondo, mi rivedo con lo zaino in spalla e il portafoglio praticamente vuoto, alla ricerca di soluzioni “creative” per vivere con pochi euro. Un modo diverso di scoprire il Paese, fatto di autobus affollati, ostelli e pasti presi al volo per strada, che però mi ha lasciato ricordi indelebili.
SIM, ostelli e B&B: i primi passi da nomade digitale in Thailandia
Credo di averlo scritto un po’ ovunque: non comprare mai una SIM card in aeroporto. Negli ultimi anni i prezzi sono arrivati alle stelle e, come se non bastasse, quelle che ti rifilano i baracchini all’uscita del gate sono le classiche schede turistiche da pochi giga. Respira, resisti e raggiungi il primo 7-Eleven fuori dalla zona aeroportuale: con un po’ di insistenza riuscirai a ottenere una SIM locale a un decimo del prezzo!
Sul fronte ostelli, case e appartamenti, invece, arrivano le buone notizie. Se come base d’appoggio sceglierai una grande città, non avrai di che preoccuparti. Dalle classiche piattaforme come Booking e Airbnb alle meno conosciute come Hostelworld, tutto lavora in sinergia affinché si possa trovare l’appartamento dei propri sogni.
Loft con sale coworking annesse, palestre e piscine che sembrano sfidare le linee dell’infinito; stanze in homestay e camere di ostello. Quando si tratta di cercare un’abitazione, la Thailandia non ha rivali. I prezzi, come è facile intuire, sono molto variabili, ma riescono ad accontentare praticamente chiunque: dai pochi baht fino alle cifre più esose, non trovare una struttura in Thai è praticamente impossibile.
Unico “nodo” è il periodo che va da dicembre a gennaio. La Thailandia, famosa per la sua fede buddista, sembra quasi convertirsi al cristianesimo e, durante le festività, i prezzi schizzano alle stelle come in poche altre parti del mondo. Un consiglio: stabilisci prima le condizioni con il tuo affittuario. In molti casi, anche per periodi lunghi, alcuni chiedono di lasciare l’abitazione proprio per incrementare i guadagni.
La vita quotidiana oltre al laptop
Costruire una routine non è complicato. Le città come Chiang Mai, Pai e Bangkok offrono tutto ciò che serve per lavorare da remoto con facilità: caffetterie, coworking, spazi condivisi. Forse, però, è proprio questo il lato meno visibile del nomadismo: i rapporti personali finiscono per risentirne un po’, perché tutto sembra ruotare — a volte fin troppo — intorno a un modello di vita digitale già ben strutturato.
Per me l’equilibrio era un atto dovuto, ed è arrivato con piccole regole: orari precisi, ritagliarmi momenti dedicati solo al lavoro e lasciare spazio al resto della giornata per scoprire il Paese. Inserire lo sport nella mia routine, andare in palestra o semplicemente correre un po’ per le strade è stato fondamentale per bilanciare ore di schermo e di concentrazione.
Ma non è stato solo questo. Ho imparato a fermarmi in una caffetteria senza aprire subito il computer, a concedermi mezz’ora per chiacchierare con chi sedeva al tavolo accanto, a dire “no” a un’ora extra di lavoro per un “sì” a un tramonto visto da un ponte sul fiume. Dettagli che fanno la differenza quando ti rendi conto che la vita da remoto rischia di assorbire ogni energia. La routine, alla fine, non è stata una gabbia ma uno strumento per ricordarmi che, oltre al laptop, esiste un mondo intero che vale la pena vivere.

Chiang Mai: Il cuore di tutto
Doveroso dedicare un paragrafo a quella che molti definiscono la migliore città al mondo per il networking. Secondo spoiler: lo è. Soprattutto, come nel mio caso, per i nomadi alla soglia dei quarant’anni. Infatti, Chiang Mai diventa ideale per chi cerca una vita attiva ma equilibrata, per chi ha voglia di divertirsi ma senza esagerare. Qui tutto sembra essere calibrato per quella fase in cui non hai più voglia di oltrepassare la mezzanotte, e sei perfettamente consapevole che quel drink in più avrà un prezzo salato il giorno dopo.
I coworking sono tanti, forse persino troppi. Ogni giorno, spulciando Google Maps, la domanda è sempre la stessa: dove vado oggi? I prezzi, come per le case e gli hotel, variano tantissimo a seconda del luogo e dei servizi offerti. Ci sono strutture con piscine, sale separate per i briefing e persino aree massaggi — a volte ben lontane dalla mia idea di lavoro.
Tutto sembra creato affinché l’utente si lasci coinvolgere anche nelle attività secondarie proposte dalla struttura (raramente gratuite). Eppure è proprio questa abbondanza a rendere la città così vivace: puoi scegliere se lavorare in silenzio in una piccola caffetteria o lasciarti tentare dall’energia di spazi moderni pieni di gente da ogni parte del mondo.

Chiang Mai è una città che ho davvero adorato: il giusto compromesso tra sacro e profano, tra vita locale e turismo, tra libertà e lavoro. Se la paragono all’Italia — parlo sempre per mia esperienza — qui si può ottenere davvero una work-life balance equilibrata. Dopo anni di viaggio è stata la prima città in cui ho pensato di potermi trasferire e mettere radici. Forse perché, più di altre mete, dà la sensazione di accoglierti senza stravolgere: ti lascia spazio per lavorare, per vivere e soprattutto per immaginare un futuro.
Le isole e il mare: è davvero libertà?
Ammettiamolo: tutti abbiamo fantasticato almeno una volta sull’idea di lavorare con i piedi nella sabbia, alternando Excel e cocktail, email e tuffi in mare. Peccato che, senza un piano preciso, questa scena da cartolina rischi di svanire alla prima connessione che cade o al primo blackout tropicale.
Alcune isole non sono del tutto a “prova di nomade” e forse non lo saranno mai. La loro forza è proprio quella di restare luoghi isolati, lontani dal turismo incontrollato. Quando digitiamo su Google “isole della Thailandia”, quello che viene fuori è una lista quasi infinita di possibilità. Luoghi meravigliosi, certo, ma spesso poco adatti a chi, oltre alla scoperta, deve anche integrare il lavoro da remoto.
Penso a Koh Kood, ad esempio: piccola e tranquilla, perfetta per chi cerca natura e calma, ma con pochissime infrastrutture digitali. Connessione Internet instabile e coworking praticamente assenti. Anche la più famosa Koh Tao non la definirei un’isola adatta al nomadismo: la mia ultima settimana lì è stata una gioia per gli occhi, un po’ meno per il lavoro. Connessione lenta e poco affidabile, aggiungi un blackout di quasi quattordici ore e il computer scarico… ed ecco che, in men che non si dica, ti ritrovi con tre giorni di lavoro accumulato.
Occupandomi di SEO non ho bisogno di una connessione particolarmente potente: mi basta che sia stabile e, in un modo o nell’altro, riesco a portare avanti il lavoro. Diverso è per chi dipende dalla banda larga — penso a video editor, fotografi o a chi deve gestire file pesanti. In quei casi, sappi che lavorare su molte isole thailandesi può diventare una vera impresa.
Personalmente, credo che il segreto sia il compromesso: un luogo capace di regalare pace e relax, ma che permetta anche di accendere il computer senza dover sperare che la connessione regga. Se vuoi orientarti tra mare, isole e tappe varie, qui trovi la guida completa: Thailandia del Sud: isole e itinerari.

Le persone che incontri lungo la strada
Distrutto da uno scalo quasi interminabile, arrivo finalmente in hotel e faccio il check-in. È tardi, ma so già che, prima di andare a dormire, mi aspetta ancora un po’ di lavoro. Alla reception c’è una signora gentile, non più giovanissima, che mi chiede informazioni sul mio “mestiere”.
Penso lo faccia più per noia che per vero interesse. Rispondo a grandi linee, convinto che non possa comprendere cosa significhi occuparsi di SEO. E invece mi sorprende: incalza con una domanda precisa, chiedendomi quale strategia adotterei in una determinata situazione. Un dettaglio talmente specifico da sembrare uscito da una chiacchierata tra smanettoni del settore.
Ebbene sì, la Thailandia digitale è anche questo: ritrovarsi spiazzati davanti alla naturalezza con cui certe conversazioni nascono… persino alle due di notte, dietro il bancone di un hotel, con persone che in qualsiasi altro contesto avresti definito improbabili.
Un aspetto che mi ha davvero colpito, soprattutto a Chiang Mai e Bangkok, è la semplicità con cui si affrontano i “temi da nomade”. Non importa se sei in hotel o alla fermata dell’autobus: parole come SEO, marketing, grafica o comunicazione non spaventano nessuno e diventano sempre lo spunto per una conversazione interessante.
Sia chiaro, questo succede anche in Italia, ma in forma estremamente minore. Credo che il Bel Paese, almeno sul concetto di comunità, arranchi ancora un po’. A differenza della Thailandia, che diventa sempre più simile a un laboratorio dove le idee e le connessioni non smettono mai di nascere.
Quello che ho imparato dalla Thailandia
La vita di un nomade digitale non è quasi mai la cartolina che immagini. Non parlo solo di connessioni instabili o di affitti gonfiati per i forestieri: quello si supera. La vera sfida è che, a volte, può essere una vita abbastanza solitaria. Succede ovunque, certo, ma qui tutto sembra ruotare — forse troppo — intorno al lavoro online, come se il laptop fosse un’estensione di sé.
Può capitare di tornare nello stesso coworking sperando di rivedere i volti incontrati il giorno prima… e scoprire invece che ognuno è già ripartito verso un altro Paese, un’altra connessione. Forse è proprio questo il paradosso: realizzi il sogno di circondarti di persone che vivono la tua stessa vita, perché in cuor tuo sai che quella è la strada giusta, ma poi i legami reali restano fragili.
Dietro ogni schermo c’è sempre spazio per una chiacchierata o un progetto veloce, con l’eccitazione che quella persona accanto a te possa diventare il futuro CEO di Microsoft o che quella ragazza al tavolo in fondo possa essere la nuova J.K. Rowling. Ma la realtà, in questa parte del mondo, è un po’ diversa e non lascia quasi mai il tempo per costruire rapporti veri, più profondi.
Consiglio anche di leggere Come diventare nomadi digitali grazie ad un laptop.

Siciliano, nato nello stretto, ho scelto di abbandonare un posto sicuro per diventare un nomade digitale. Oggi, lavoro come SEO, esploro il mondo e vivo senza radici, cercando nuove esperienze e condividendo le storie che ogni angolo del pianeta mi regala.
